Lo stato - ci ricorda Norberto Bobbio - non può porsi sullo stesso piano del singolo individuo. Lo stato ha il privilegio e il beneficio del monopolio della forza e deve sentire tutta la responsabilità di questo privilegio e di questo benefici Noi cerchiamo di dare una ragione alla nostra ripugnanza alla pena di morte. La ragione è una sola: il comandamento di non uccidere.
I giornali italiani si sono cimentati in prima pagina sull'opportunità o meno di uccidere Saddam in relazione alle conseguenze sulla situazione politica irakena e mediorientale.
La questione di principio: non uccidere è tuttavia emersa nettamente grazie ad alcuni importanti interventi delle nostre istituzioni e, ovviamente, dalle prese di posizione della Chiesa cattolica.
Contro la barbarie della pena di morte le Nazioni Unite devono proclamare una moratoria mondiale.
Per l'Italia questo obiettivo deve costituire, come ha ricordato il ministro degli esteri, uno degli impegni prioritari del nostro lavoro internazionale.
Raggiungere questo obiettivo nel 2007 sarebbe un fatto di prima grandezza e dal valore incommensurabile.
Un tema di carattere generale: non uccidere, ritorna , con molta forza, al centro dell'attenzione mondiale e sarà un bene se in molti contribuiremo a mantenere alte l'attenzione e la mobilitazione.
Il valore in sè della vita umana ha avuto sempre in numero limitato di persone a sostegno e larghe maggioranze contro.
Argomenti filosofici e distinguo religiosi , ragioni politiche diversamente sviluppate sono stati posti a giustificazione di guerre, uccisioni di massa o individuali.
Prima di vedere convintamene osservato il divieto di non uccidere da parte di tutti gli esseri umani almeno la decisione di |
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tutti gli stati per l'abolizione della pena di morte dovrebbe essere il risultato visibile della nostra umanità.
Di certo è difficile pensare che la promozione del diritto alla vita arrivi dal presidente degli Stati Uniti che, quando era governatore dello Stato del Texas, è stato corresponsabile della condanna a morte di ben 147 persone, un presidente che insieme a Russia e Cina non ha ratificato il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja che non prevede la pena di morte.
L'Italia oggi è un paese dove la coscienza del valore del diritto alla vita è diffuso.
Il nostro paese ha votato molti anni or sono una legge che riconosce il diritto all'obiezione di coscienza al servizio militare, una legge che ha consentito a molti giovani di tenere fede al principio e di essere socialmente utili per un periodo di tempo sostitutivo di quello previsto per la leva.
Ma all'inizio la consapevolezza del diritto del singolo ad agire secondo la legge della propria coscienza non fu così diffuso come oggi.
L'assistente universitario Fabrizio Fabbrini che nel corso del servizio militare in aeronautica aveva affermato il suo rifiuto a prendere le armi non trovò sostegni nella facoltà dove era impegnato anzi da quella fu sostanzialmente espulso trovando un lavoro d'insegnamento in una scuola romana.
La legge poi votata dal Parlamento suscitò un dibattito forte nel quale vennero in
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tutta evidenza le preoccupazioni di coloro che temevano, con l'approvazione della legge, il venir meno delle leva popolare e quindi del ruolo di un "esercito di popolo" garante delle istituzioni democratiche che un esercito di professionisti poteva aver la tentazione di mettere in discussione.
Oggi i fatti ci dicono che quella legge lasciò più libere le coscienze dei nostri giovani senza che ciò producesse danno all'esercito di leva e che anche l'attuale esercito, nella sua struttura e nei fini che la costituzione ed il parlamento gli assegna, non ha di che temere da una sensibilità pacifista che ha radici nella cultura italiana e molti esempi nella storia della Chiesa cattolica.
L'art.11 della nostra Costituzione è un altro tassello di quella catena di vincoli morali e giuridici che c'inducono a perseguire con metodi diversi dalla violenza individuale o collettiva le piccole o grandi vertenze nelle quali , purtroppo, affiora sempre, accanto al meglio anche il peggio che risiede nell'uomo.
Saddam Hussein è stato un dittatore sanguinario e come tale andava giudicato sulla base del diritto internazionale da tribunali trasparenti e credibili. Sicuramente Saddam sarebbe stato condannato ma non alla frettolosa pena di morte comminata a ridosso di importanti scadenze della vita politica statunitense.
"Nullum crimen sine poena " è un principio del diritto romano ancora valido che avremmo visto volentieri applicato in diverse circostanze e con maggiori garanzie per difesa ed accusa.
Restiamo fedeli, accanto all'idea di non uccidere all'altra della pena come elemento di recupero sociale ed umano.
La condanna dell'errore e la possibilità del recupero dell'errante, a distanza di anni dal Concilio Vaticano II° restano intatti nella loro validità. |