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NUMERO 30
14 DICEMBRE 2006
 
 
LA REALTA' DELLE ASSISTENTI FAMILIARI
 
Decodificare i bisogni ed organizzare servizi per sostenere le assistenti familiari,
favorendone l’aggiornamento e l’autoimprenditorialità.
 
Premessa al tema della decodifica dei bisogni degli assistenti familiari ed in particolar modo delle assistenti familiari straniere, è una ricognizione delle motivazioni, delle aspettative, delle esigenze della più generale popolazione immigrata.
Gli immigrati che giungono in Italia configurano ormai da tempo un tipo di migrazione di medio lunga durata, anche in relazione agli obblighi ed alle condizioni che l’attuale legge impone; in particolare in più del 90% dei casi, con il 62% titolare di pds per ragioni lavorative – il 7% dei quali per lavoro autonomo – e il 30% per ricongiungimento familiare . Il dato va naturalmente corredato da una serie di altri indizi che depongono a favore del carattere strutturale dell’immigrazione in Italia; la popolazione straniera appare ormai ripartita tra i sessi al 50% a livello nazionale, pur configurandosi nelle diverse regioni ed in alcune città situazioni specifiche che riguardano specifiche tipologie di insediamento. Assistiamo in alcuni casi ad un vero e proprio fenomeno di femminilizzazione del processo migratorio che riguarda in maniera particolare alcune aree di provenienza geografiche, alcune figure professionali (come le assistenti familiari che soltanto negli ultimi tempi stanno godendo di un processo di emersione e riconoscimento a livello professionale e sociale), alcune aree geografiche di destinazione (più del 58% al nord). Anche questo dato ci conferma il processo di trasformazione e di maturazione dell’immigrazione; non si tratta più soltanto della componente straniera maschile che ha un progetto migratorio a breve-medio termine con l’obiettivo di guadagnare il massimo nel più breve tempo possibile, ma di un processo che tende sempre più a definire i suoi contorni demografici, lavorativi, sociali, politici.
I segni tangibili si possono ravvisare anche a livello “micro”, nella nostra quotidiana esperienza di erogatori e fruitori di servizi alla persona.
Tassi di natalità crescenti fra gli immigrati, fisiologico invecchiamento di un’immigrazione di lunga data, riunificazione di vecchi nuclei familiari (nella nostra città soprattutto ad iniziativa di donne immigrate) o costituzioni di nuovi: tutti questi elementi sono indizi non solo di stabilizzazione dell’immigrazione ma anche e soprattutto di un sempre più pressante e cogente bisogno di integrazione, di inserimento stabile, di diritti riconosciuti dalla comunità di accoglienza.
Non è questa la sede, né il luogo per avviare discussioni sui modelli di accoglienza/integrazione da perseguire, dall’assimilazione/acculturazione al multiculturalismo, dalla paventata/desiderata mitologica integrazione totale, all’interculturalismo. Ciò che invece ci preme sottolineare è l’emergenza di alcune questioni che hanno carattere puntuale e pragmatico ed al tempo stesso simbolico e generale. Da alcuni interessanti stimoli che ci fornisce il dossier Caritas 2006, relativamente al fenomeno di “stabilizzazione e sostituzione” dei gruppi e delle comunità straniere in Italia – riferimento ad un interessante studio condotto dall’Università “La Sapienza” di Roma in collaborazione con la Michigan State University sui processi di integrazione e di esclusione che coinvolgono l’immigrazione filippina in Italia ed in Canada - emerge l’immagine di un sistema paludoso da un punto di vista delle opportunità sociali e lavorative per i cittadini stranieri.
Le riflessioni certo partono da una realtà specifica come quella filippina, ma potremmo trovare una “trama che connette” diverse realtà nazionali presenti sul nostro territorio. Dal succitato studio emerge come i filippini, soprattutto donne, che giungono nel nostro paese e trovano impiego nella collaborazione domestica, spesso finiscono col rimanere all’interno dello stesso settore produttivo per tutto il tempo di permanenza in Italia.
Emergono a riguardo due questioni fondamentali che accomunano gli immigrati che giungono nel nostro paese e che in particolare sono giunti nella nostra città.
La prima riguarda la stabilizzazione. A fronte di una distribuzione tra classi d’età della popolazione immigrata che manifesta i primi deboli segnali di perequazione ottenuti anche grazie al ricongiungimento familiare (pur mantenendosi un’accentuata sottorappresentazione della fascia oltre 60 anni e 0-18 anni e una sovrarappresentazione della classe 19-40 anni), di un’anzianità di soggiorno in aumento (la percentuale degli stranieri presenti da più di cinque anni sul territorio è aumentata dal 1991 al 2003 di oltre 20 punti percentuale – fonte Dossier Caritas 2006), di un tasso di fecondità pari al doppio di quello delle donne italiane (2,61 contro 1,26 figli/donna), dell’aumento di più di nove punti percentuale dell’incidenza delle nascite dei bambini stranieri sul tasso di natalità nazionale, dell’eguale distribuzione tra sessi della popolazione immigrata, non corrisponde un analogo processo di stabilizzazione a livello socio-lavorativo. Valga a riguardo un’esemplificazione emblematica relativa al settore della collaborazione domestica. Le prime donne immigrate giunte in Italia nel corso della fine degli anni ’70 e degli anni ’80 (di provenienza prevalentemente africana) impegnate in tale settore sono per la maggior parte rientrate nei propri paesi e sostituite in tale attività da filippine, sud-americane e donne dell’Europa dell’est; per quelle rimaste non si è registrato un mutamento o un miglioramento della posizione lavorativa.
Tutto questo ci restituisce l’immagine di un meccanismo sociale e lavorativo poco dinamico e povero di opportunità di aggiornamento, di miglioramento, di arricchimento, di valorizzazione delle competenze, conoscenze e capacità professionali delle cittadine immigrate (e si badi che definirle come “immigrate” dopo più di vent’anni non è casuale)
La seconda questione rimanda e ripropone tematiche connesse agli aspetti formali del riconoscimento dei cittadini stranieri nello spazio partecipativo nazionale. Non stiamo parlando solo dell’ “acquisto” della cittadinanza, sulla quale si sta delineando un dibattito molto, a volte troppo acceso. Tenendo a mente le precisazioni svolte in precedenza sul concetto-termine integrazione, ribadito, come già Michels affermava in un suo saggio del 1925, che non si possa realizzare un’equivalenza senza scarti tra appartenenza formale ed appartenenza reale (le banlieu francesi ne sono una testimonianza costante e cogente), vorremmo riportare l’attenzione su alcuni punti essenziali della pragmatica di vita di una persona straniera in Italia.
C’è un gran fermento nell’ambito scientifico e della ricerca sociale, sul ripensamento degli strumenti concettuali della sociologia e delle altre scienze sociali; si bandisce il concetto di integrazione, in quanto carico di elementi simbolici che rimandano a concezioni eurocentriche, assimilazioniste, cercando di sostituirle con riflessioni e definizioni più complesse; si parla ad esempio di “disponibilità di risorse, materiali ed immateriali, necessarie a garantire condizioni accettabili di vita e ragionevoli chances di partecipazione alla vita associata” (Sgritta G.B., Schizzerotto A., 1999, Sulla costruzione di un sistema di
 
 
 
indicatori di integrazione/esclusione sociale, p.2); accanto ai progressi teorici si registra un ritardo allarmante non solo in ambito legislativo, ma anche culturale e socio-lavorativo. Si evidenzia il bisogno di un riavvicinamento della riflessione teorica con la capacità euristica, di programmazione e di articolazione, a livello sia centrale che locale, delle politiche e delle prassi rivolte agli immigrati in genere ed agli assistenti familiari in particolare. Prescindendo dalla questione cittadinanza e dal carico di argomenti politico-ideologici che porta con sé, prendiamo in esame le problematiche connesse all’ottenimento della carta di soggiorno. Si tratta infatti di un riconoscimento importante ai fini della disponibilità di risorse e delle chances di partecipazione di cui sopra. Pur non avendo il peso simbolico e politico della cittadinanza, la carta di soggiorno è uno strumento importantissimo di partecipazione sociale, soprattutto laddove lo Stato italiano stenta a riconoscere diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti i lavoratori migranti – assegno di invalidità, assegno o pensione sociale, bandi per i contributi all’affitto – violando la Convenzione 143/1975 dell’OIL per ciò che concerne la parità di trattamento nella fruizione di tutte le prestazioni di “sicurezza sociale”.
Anche a fronte di una stima a rialzo del numero di titolari di carta di soggiorno, che contempli anche i minori non registrati individualmente, il numero che si ottiene è notevolmente inferiore a quello dei possibili beneficiari (meno della metà).
Inutile dire che le motivazioni rintracciabili a riguardo sono molteplici e vanno dalle difficoltà di un insediamento alloggiativo stabile, regolare e continuo nel tempo, a quelle connesse alla situazione lavorativa (alcune questure rigettano le richieste di coloro che hanno avuto un periodo di disoccupazione), a quelle relative alla maggiore o minore funzionalità burocratica delle amministrazioni locali in relazione all’ottenimento della certificazione di residenza storico-anagrafica, ad interpretazioni restrittive del testo legislativo applicate dalle questure (ci riferiamo alla pretesa, dubbia rispetto al testo della legge, che lo straniero richiedente la carta di soggiorno sia titolare da sei anni di un pds per un motivo che consenta un numero illimitato di rinnovi, estendendo quello che appare chiaramente un requisito riferito al solo “soggiorno regolare”).
Avevamo in precedenza accennato al ruolo del ricongiungimento familiare che manifesta la sua fondamentale importanza non solo quale momento chiave di una piena partecipazione alla vita sociale e dell’allontanamento dello spettro della marginalità quale fucina di una serie indescrivibile di mali sociali, non solo della realizzazione di quel processo di stabilizzazione del quale la società italiana non potrà che giovarsi, ma soprattutto in quanto diritto fondamentale e inalienabile di ogni persona.
Ora, anche qui, vediamo come, al di la degli aspetti formali della legge, esistano delle microdinamiche burocratiche che possono rivelarsi letali.
Lo stretto vincolo che esiste tra ricongiungimento familiare e idoneità alloggiativa, laddove non applicato con il giusto spirito, conduce ad aberrazioni paradossali, in cui ad esempio legislazioni regionali più vocate di altre all’estensione delle garanzie sociali, con standard abitativi più elevati rispetto a quelli minimi previsti dalla normativa nazionale, si sono ritrovate ad essere, causa un’infelice legge sull’immigrazione, le più discriminanti (vedi la decisione del Comune di Modena di creare una normativa specifica riferita all’idoneità alloggiativa ai fini del ricongiungimento o del rilascio del pds).
Cercando di nuovo di trarre delle indicazioni precise dalle riflessioni fin qui svolte, si tratta di riformulare un approccio nuovo nei confronti delle persone immigrate, senza tirare in ballo ragioni filantropiche di alcun tipo.
Naturalmente non è facile segnare un’inversione di tendenza, scardinare una “figurazione tra Established e Outsiders” (cfr. N. Elias, 1965, The Established and the Outsiders. A Sociological Enquiry into Community Problem) coltivata da diversi anni, che etichetta lo straniero come competitore, deviante, usurpatore. In molti casi è utile chiedersi in che misura le leggi siano non solo momento di nascita ma riflesso di “sistemi” di relazioni sociali già presenti. Di certo l’attuale normativa sull’immigrazione non aiuta, giova ripeterlo, al di la delle specifiche norme in essa previste, soprattutto per lo spirito che la anima.
Quello che dobbiamo conoscere e valorizzare delle persone immigrate presenti sul nostro territorio sono le potenzialità e le risorse inespresse. Sappiamo come il più delle volte gli stranieri non sono competitori, perché vanno a ricoprire ruoli lasciati vacanti o rispondere a bisogni rimasti inevasi; mi riferisco qui in particolare al lavoro di cura e di assistenza alla persona, in special modo anziana, che le persone immigrate svolgono. Spesso si tratta di una situazione di vera e propria sottoccupazione. È da diversi anni ormai che sappiamo che il grado medio di istruzione degli immigrati è superiore rispetto a quello degli italiani; e abbiamo visto come quella che nasce come un’inderogabile e contingente necessità di vita (la scelta del mestiere di assistente) costituisca non solo una scelta obbligata nel presente ma anche una seria ipoteca per il futuro.
È presente ed ha acquisito contorni sempre più definiti nel corso degli ultimi anni un processo di “segregazione occupazionale” che investe le molte donne immigrate impegnate nei servizi alle famiglie (che già nel 2001 in Italia rappresentavano il 10,8% del totale degli stranieri occupati). Molti sono i fattori che concorreranno in futuro all’affermazione di questo fenomeno: progressivo invecchiamento della popolazione, aspettative di vita crescente con un significativo progressivo aumento dei grandi anziani (con più di 80 anni) soprattutto tra la popolazione femminile.
Se appare chiara l’esigenza di sdoganare la figura dell’assistente familiare dai suoi cliché – quelli che la rappresentano come donna immigrata – allo scopo di renderla un vero e proprio ruolo professionale, è indispensabile in primis affrontare e risolverne le problematiche che l’affliggono oggi. Una fra queste è la difficile condizione di lavoratrici e madri a distanza delle assistenti familiari; anche in questo caso ravvisiamo una serie di condizioni penalizzanti, che spingono le donne straniere che emigrano per lavoro, a lasciare i propri figli nei paesi d’origine sotto la cura dei parenti: la scarsezza di strutture in grado di coadiuvarle nella cura dei figli soprattutto durante l’orario di
 
lavoro, la mancanza di una rete di parentela in grado di sostenerle, il desiderio di non far perdere ai propri figli la loro cultura d’origine, la mancanza di un’abitazione di proprietà o comunque una situazione alloggiativa indipendente.
Alla luce delle riflessioni fin qui svolte, evidenziamo i nodi cruciali, i punti di forza e di debolezza delle soluzioni messe in campo per rispondere al bisogno di cura delle persone anziane.
Il riconoscimento, la valorizzazione e l’investimento progettuale e di risorse sulla figura dell’assistente familiare, che ha un ruolo chiave nel nostro attuale sistema di care, rappresenta a nostro avviso solo il primo, quand’anche fondamentale, passo, verso la progettazione e il ripensamento dell’insieme della rete socio-assistenziale rivolta alle persone anziane.
Si deve innanzitutto tener conto dei molteplici bisogni già espressi, condizione sine qua non per l’avvio di qualsiasi progettualità che li veda coinvolti non come oggetti ma come soggetti di una strategia di rinnovamento dell’intervento in campo socio-assistenziale, in quanto titolari non solo di doveri ma anche di diritti socialmente garantiti.
Appare chiaro che la progettazione di una rete richiede la partecipazione di una pluralità di attori indipendenti e che abbiano possibilità di scelta. Tutto questo comporta un investimento non solo in termini economici, ma soprattutto di energie, di volontà, di competenze che innanzitutto contrastino alcuni movimenti di deriva che si stanno verificando.
Uno di questi riguarda le condizioni lavorative formali delle nostre assistenti familiari. Molto spesso si verifica infatti che persone impegnate nell’assistenza familiare 24 ore su 24, con convivenza presso il domicilio dell’anziano, si vedano riconosciute un numero di ore lavorative minimo, vale a dire quello appena sufficiente per rinnovare il permesso di soggiorno. Questa condizione accomuna assistenti straniere ed italiane, con la differenza che le prime si trovano in una situazione di vulnerabilità sociale generalmente più accentuata. Le assistenti di oggi saranno le pensionate di domani e per non trovarci a breve di fronte ad una nuova emergenza sociale sarebbe bene porvi rimedio ora, a meno di non continuare ad essere un paese di sola “prima accoglienza” (provocazione riferita al rientro in patria delle assistenti familiari africane giunte vent’anni fa).
Il primo passo è rappresentato dall’emersione del rapporto di lavoro dalla condizione informale in cui spesso versa, e in questo senso si stanno muovendo diverse realtà associative tra cui le nostre, che in collaborazione con il Comune di Roma, hanno realizzato le due edizioni del Progetto “Insieme si Può” (che prevedeva, come condizione di partecipazione al progetto da parte dell’anziano, l’assunzione del proprio assistente familiare).
I temi aperti non riguardano solo le condizioni contrattuali ma anche l’aspetto formativo. In riferimento alle due edizioni del progetto sopra menzionato, nello svolgere l’attività di monitoraggio ci siamo trovati di fronte ad una platea variegatissima dal punto di vista delle competenze professionali. Si tratta di risorse potenziali che non dobbiamo, e non possiamo permetterci che vadano perse. Chiosava a riguardo il Dossier Caritas 2005 che si tratta di “una potenziale risorsa, che è costata molto ai paesi che se ne sono fatti carico e che ora sta gratuitamente a nostra disposizione, a condizione però che la si voglia utilizzare nella maniera più accorta” (Dossier Statistico Immigrazionje, Caritas/Migrantes, 2005, p. 98).
Circa un sesto tra le 400 assistenti delle edizioni 2005 e 2006 avevano frequentato nel proprio paese corsi di tipo infermieristico o parainfermieristico.
Emerge anche dalle nostre analisi, l’esigenza di fasi di aggiornamento periodico continue nel tempo, se si vuole che il profilo professionale dell’assistente familiare si consolidi coerentemente con la domanda di assistenza crescente espressa dagli anziani e dalle loro famiglie.
L’aver creato, o laddove già esistente rinsaldato, la coppia anziano-assistente è, a nostro giudizio, uno degli indubbi meriti del Progetto “Insieme si Può”, attraverso la felice intuizione di esplicitare i vantaggi reciproci e il circolo virtuoso instaurabile da un buon rapporto di fiducia e di cura tra anziano e assistente, opportuno non solo per la suddetta coppia ma per il sistema di care nella sua generalità.
Per trarre alcune considerazioni finali, non certo esaustive:
ai bisogni delle assistenti familiari devono corrispondere risposte in termini contrattuali e sociali (misure di assistenza all’infanzia - agevolazioni per i ricongiungimenti – soluzione dei problemi alloggiativi).
Occorre prevedere un “punto” di presa in carico delle domande di tutela in campo socio-lavorativo per le assistenti familiari, in cui quest’ultime possano conoscere e far valere i propri diritti: alla maternità, al tempo libero, alla propria crescita culturale e professionale, ad una equa retribuzione, alla casa, alla propria famiglia; il tutto perseguibile attraverso politiche equilibrate, ma al tempo stesso decise e risolute nel sostenere, indirizzare e fornire risposte ai vari livelli.
Ipotizzare ed implementare forme di lavoro associato per e con le assistenti familiari che possano garantire loro una maggiore indipendenza, minori carichi di lavoro, maggiore forza organizzativa.
Anche in questo caso possiamo segnare alcuni importanti obiettivi raggiunti dai corsi del Progetto “Insieme si Può” per cercare di spezzare la situazione di “isolamento sociale” della quale spesso soffrono assistenti familiari anche ben inserite nel contesto lavorativo, che lamentano spesso in maniera latente e silenziosa, l’assenza di un adeguato sviluppo di relazioni sociali, culturali e private.
Sapevamo e ne abbiamo avuto conferma dalla nostra attività di monitoraggio che il lavoro di cura delle nostre assistenti familiari comporta una presa in carico ed una responsabilità altissima per la mole e la gravosità delle attività di cura svolte.
Tutto questo ha bisogno di risposte strutturate, di un meccanismo che contempli la possibilità di riconoscimento e di comunicazione di tutti gli attori interessati: anziano, assistente, famigliari, amministrazione locale, associazionismo, amministrazione centrale laddove necessario.
Il Progetto “Insieme si Può” ha sperimentato ipotesi di lavoro sull’attività di cura, fornendo risposte adeguate ad alcune delle esigenze in precedenza richiamate.
È necessario far seguire alla fase di sperimentazione un impegno preciso a tutto campo.
La strategia della rete delle “Porte Sociali”, con la quale si organizzano sinergie tra terzo settore, segretariato sociale, patronati, strutture sanitarie, deve potere prevedere il giusto spazio partecipativo, tecnico-organizzativo e di carattere funzionale per le assistenti familiari.
Ci auspichiamo che il confronto fra livello regionale e locale possa approdare in tempi rapidi a collaborazioni che si traducano in soluzioni coraggiose, incisive, efficaci ed integrate.
   
 
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