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NUMERO
29 |
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10 NOVEMBRE 2006 |
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STRAGE DI CIVILI A GAZA |
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Per gli abitanti di Beit Hanoun, Tsahal ha colpito deliberatamente |
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Erano circa le 5,30, mercoledì 8 novembre. Tutti dormivano ancora nella periferia di Beit Hanoun, questa borgata palestinese di 30.000 abitanti situata nel nord della Striscia di Gaza, vicino alla frontiera con Israele. Il primo obice ha squarciato il tetto della casa della famiglia Athaman, lasciando dietro di sé null’altro che ferraglia contorta. E’ esploso nella stanza di tre adolescenti, spazzando il balcone e crivellando i muri di schegge.
Nessuna traccia di sangue sui materassi. I tre ragazzi sono volati dal terzo piano e uccisi sul colpo. Nella stanza vicina, una studentessa di tredici anni, Khouloud, anch’essa uccisa, ha lasciato la sua cartella pronta per la giornata. Dall’altra parte del muro, una donna di 25 anni, sua figlia di due anni e il suo bambino di sei mesi non sono sopravvissuti all’esplosione. Non restano che delle macerie, delle scarpe sparse, e un porte-enfant vuoto.
Ad un tratto, delle grida. Ahjad ha perso due dei suoi sette figli. E’ stato ferito alla gamba e ritorna dall’ospedale. “I miei bambini, i miei bambini. Hanno lanciato missili sui miei bambini. Ho perduto tutto. Lasciatemi stare”. Come un sonnambulo, attraversa i luoghi del disastro piangendo. Un uomo si gira verso i giornalisti. “A cosa serve scrivere di questo? E’ ogni giorno la stessa cosa, ogni volta lo stesso massacro. E’ da troppo tempo che va avanti, che ci massacrano e non cambia nulla. Non resta altro che gli attentati suicidi”.
Il secondo obice è piombato sulla casa vicina. Il foro si spalanca al di sotto del balcone. Ci sono stati solo feriti. Gli occupanti avevano avuto il tempo di andarsene prima della deflagrazione. Nella terza casa, l’obice ha toccato l’angolo del tetto, e ha fatto volare in pezzi una parete. Tutti sono usciti, ognuno precipitandosi per portare soccorso ai feriti. E’ stato allora che un’altra raffica di granate è arrivata. Una di esse ha colpito la tromba delle scale, uccidendo coloro che fuggivano. Un’altra ha trasformato in brandelli due soccorritori volontari. Due pozze di sangue sono ancora visibili nella strada, in mezzo ai sandali spaiati e ai pezzi di muri anneriti dai colpi.
Quante granate sono cadute in meno di un quarto d’ora? Gli abitanti dicono tredici. Almeno otto mostrano i segni. La quasi totalità delle diciotto vittime – otto bambi-
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ni, cinque donne e cinque uomini – sono morte nel primo edificio. Gli Israeliani lo avevano occupato prima del loro ritiro, martedì. Gli permetteva di dominare la zona. Dal tetto, si vedono le tracce ancora fresche del passaggio di blindati e di carri armati. Omar Athamana non capisce. Questo poliziotto ha perduto i suoi tre fratelli e due cugini nella tragedia. “Stavo dalla parte di Abu Mazen, di Al Fatah, ma adesso non sto più con nessuno.
Sono un terrorista, sono un kamikaze. Perché questo non è un errore, non è un incidente. Lo avrei potuto ammettere se avessero tirato una unica granata, ma non per tutti questi tiri”.
Il sentimento generale è che si tratti di una punizione, perchè, dopo sei giorni di una operazione che è costata la vita a cinquantasei palestinesi, i tiri di mortaio sono ripresi più forti dopo la partenza di Tsahal. Ghazi Ahmad, portavoce del governo, ritiene che il massacro sia “deliberato, che non sia un equivoco e che gli attacchi suicidi siano un diritto legittimo”.
Ciascun interlocutore fa notare i mezzi tecnologici di cui dispone Israele, soprattutto i Drone e le sonde aeree che sorvolano in permanenza il territorio. “Sanno esattamente dove le granate cadono. Allora, perché i titi di artiglieria continuano?”, si chiede un abitante di Beit Hanoun. |
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Dopo sei giorni di assedio, la città è distrutta. I carri armati hanno sfondato le strade, schiacciato le macchine, sventrato i negozi, abbattuti i piloni elettrici, bucato le condutture d’acqua e le fogne. Neppure il cimitero è stato risparmiato. Della moschea antica di otto secoli, non resta che il minareto.
Beit Hanoun credeva di poter respirare dopo l’assalto, ma il fulmine si è abbattuto di nuovo. All’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahiya, dove sono state trasportate le vittime, Ramez Athamana è al capezzale di suo figlio di sette anni, a cui hanno appena amputato un piede. Ha perduto sua moglie, suo padre, sua nonna, sua cognata, suo fratello, sua sorella, sua suocera. In totale, nove dei suoi parenti. Nel letto vicino, un’altra delle sue cognate ha avuto il piede tranciato e l’avambraccio strappato. “Non mi resta che la resistenza, il martirio”, dice.
Quando Ismaïl Haniyeh, primo ministro, e Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, si presentano nella stanza, una donna chiede loro di “assumere le loro responsabilità, di unirsi” e di prendere a loro carico i figli delle vittime. Non ci sono lacrime, non ci sono graida. Soltanto un senso di ingiustizia. |
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di Michel Bole-Richard
da "Le Monde "
del 9 novembre 2006 |
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