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NUMERO 28
12 OTTOBRE 2006
 
 
L'ANGELO ANNIE
 
Forse la cosa più semplice per spiegarvi il senso di questa nostra esperienza è partire dal suo sorriso…
Sono le 6.30, abbiamo una giornata intensa davanti, scendiamo barcollanti come zombie verso la sala mensa, irriconoscibili per gli occhi gonfi, sulla lingua la palpabile nostalgia del nostro caffè italiano, che anche oggi sarà delusa, maledizione.
E lei sorride.
Ma non con la bocca.
Sono gli occhi a sorriderle, mentre ci serve la colazione quasi danzando nella divisa immacolata della scuola pubblica.
Le rispondiamo per cortesia mugugnando “salamat”, grazie in filippino (tagalog), quel sorriso convinto ci dà quasi fastidio, ci siamo appena svegliati, che diamine.
Dopo due giorni è proprio mentre danza insieme alle sue compagne dai multicolori vestiti che la riconosciamo: il gruppo AKBAY ci sta mostrando una sintesi del loro repertorio (danze tradizionali, la simulazione di un tipico matrimonio filippino), il clue sarà lo spettacolo che già è stato in tour in molti paesi europei, canada e australia.
Ecco che inizia.
Ed ecco di nuovo lei: ma ora i suoi occhi non sorridono più, la loro fierezza ci ferisce, come quelli dei suoi cinque compagni, mentre ci urlano che le aquile, i delfini, gli animali tutti, la natura intera delle Filippine vuole sopravvivere al brutale sfruttamento delle risorse da parte delle imprese straniere.
Che shock!
Lo spettacolo prosegue, è la storia, purtroppo tipica anche questa, di una bambina che resta invischiata nel traffico internazionale dei minorenni che alimentano le nostre nascoste vergognose lussurie occidentali. I sei ragazzi si alternano nelle parti, sono tutti strepitosi ma più di tutti è il suo viso, ora sorridente, ora vero incubo di Dolore, Dolore con la D maiuscola, che ci strega.
 
 
Alla fine tratteniamo a stento le lacrime, anzi qualcuno si lascia andare. Ci era stato detto, lo abbiamo capito solo ora, che la maggior parte di questi ragazzi ha appena messo in scena parte della propria stessa vita.
Chiediamo a padre Shay di intervistare uno dei ragazzi che sono stati salvati da P.R.E.D.A., e lui ci risponde: Mary Ann, parlate con Mary Ann.
Il giorno dopo alle 15 si presenta con una nuova versione del suo sorriso, stavolta intimorito: è lei Mary Ann, adesso ne conosciamo il nome.
Sorridiamo anche noi, inizia la nostra intervista: ma da subito vorremmo che non fosse mai iniziata, perché adesso oltre al suo nome stiamo conoscendo la sua storia infernale.
E quelle lacrime ci tornano prepotentemente agli occhi, a vedere quel sorriso incrinarsi mentre riemerge il Dolore, quando ci descrive come si è ritrovata a tredici anni in bikini a ballare sui tavoli di un bar per stranieri di Subic Bay, alla mercè di troppi occhi avidi e di troppe mani luride.
Avviata dalla sua stessa zia, da cui si era rifugiata per scappare alla sua famiglia disastrata.
C’è un velo di lentissima ottusità sui nostri cervelli, non riusciamo a capire: a 13 anni in italia ancora si dorme abbracciate alle bambole, nel terzo mondo si è già bambole da abbracciare…
Stupidamente, ancora increduli, vogliamo sapere, non lo chiediamo così brutalmente ma la curiosità è morbosa, se da quei
 
tavoli è passata ai letti.
La psicologa che l’ha accompagnata ci lancia un’occhiataccia fulminea e fa per intervenire, ma Mary Ann è forte, è maturata in fretta, forse troppo, e ci fa capire che non è quella la cosa più inquietante, ma che le è stata rubata l’Infanzia…
Quanto può essere intenso e profondo l’inferno a tredici anni?
Per sua fortuna è durato poco. Meno di una settimana. Padre Shay ha ricevuto quasi subito la soffiata, e la stessa sera Mary Ann e altre tre ragazze minorenni, di 15 e 16 anni, che si esibivano in quel bar sono state affidate a P.R.E.D.A..
Mary Ann ci racconta che l’inizio non è stato facile, un nuovo ambiente estraneo, nuove regole, nuovi visi sconosciuti e nelle vene solo il Dolore a pulsare e a tenerla viva.
Quel Dolore appare nuovamente un attimo quando ci racconta della “terapia dell’urlo”, una delle pratiche psicoterapeutiche in uso presso lo staff di P.R.E.D.A., terribile quanto guaritiva.
Poi le torna il suo sorriso convinto, mentre ci racconta della sua felicità attuale, della sua possibilità di frequentare le scuole (parla perfettamente inglese per tutta l’intervista), della sua partecipazione nel gruppo teatrale AKBAY, della sua volontà in futuro di lavorare insieme a P.R.E.D.A. come assistente sociale o come medico o avvocato.
Ci mettiamo una notte intera ad assorbire quanto abbiamo visto e sentito in quell’intervista, rigirandoci più volte nel letto.
Il giorno dopo, quando passiamo accanto al manifesto dell’angelo Annie, scappa anche a noi un sorriso convinto, perché ora sappiamo che è davvero possibile asciugarle quella lacrima e farla tornare a volare.
dalla Newsletter di PREDA Italia
   
 
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