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NUMERO 23
13 APRILE 2006
 
 
DESAPARECIDOS ARGENTINI: UNA STORIA ANCHE ITALIANA
 
A tren'anni dal colpo di stato, il dramma dei desaparecidos argentini ricordato dalla scrittrice Carla Tallone
 
A trent'anni dalla dittatura Argentina, abbiamo voluto ricordare il dramma dei desaparecidos argentini proponendo l'intervista che la scrittrice Carla Tallone ha rilasciato a "Via Po", settimanale culturale di "Conquiste del Lavoro", quotidiano della CISL.

Forse qualcuno si sorprenderà nel sentir definire in questo modo il dramma dei 30.000 desaparecidos, risultato delle pratiche repressive della giunta militare che oppresse l'Argentina dal 1976 al 1983. Eppure la meraviglia sarebbe mal espressa visto che ben il 30% degli "scomparsi" aveva passaporto italiano.
Fra possessori di doppia cittadinanza, immigrati e oriundi, furono migliaia le persone che si rivolsero alle autorità italiane per denunciare i rapimenti dei congiunti e chiedere aiuto. Si stima che gli italiani "veri e propri" scomparsi durante la "sporca guerra" siano oltre un migliaio.
La risposta più eloquente a questo dramma in corso fu quella dell'allora ambasciatore italiano a Buenos Aires che, per fronteggiare le orde angosciate (ed evidentemente angoscianti) di italiani presso i suoi uffici, decise di far sostituire la normale porta dell'edificio con una porta blindata.
Un episodio degradante ma anche un'immagine forte e densa di significati. Cosa si celava dietro la porta chiusa e blindata dall'autorità italiana? Perché i politici di allora (di cui alcuni ancora oggi sulla cresta dell'onda) rimasero sordi alle invocazioni di aiuto? Quali furono le reali connessioni fra la giunta militare argentina e gli industriali italiani che facevano affari in Sud America? E ancora, quale fu il ruolo della P2 in questo sporco gioco?
Queste domande rimangono tuttora senza risposta anche se, a distanza di 22 anni dalla fine della dittatura, mettere insieme le tessere del mosaico e farsi un'idea di cosa successe in quegli anni bui non è impresa impossibile.
Il libro a cura di Carla Tallone e Vera Vigevani Jarach ("Il silenzio infranto. Il dramma dei desaparecidos italiani in Argentina", Silvio Zamorani Editore 2005, pp. 228, euro 18,00), è uno strumento privilegiato per comprendere meglio quella diabolica trama. E' una lettura da effettuarsi in controluce. Le autrici, infatti, non affrontano mai esplicitamente il discorso politico. Il loro lavoro mira soprattutto a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti (pochi) e dei parenti delle vittime (molti). E' dalla somma delle loro testimonianze, che ci parlano dei vani tentativi di interloquire con l'autorità italiana, che il quadro della corruzione e dell'inefficienza, pian piano, prende forma.
Il pathos che scaturisce dai racconti è magistralmente contenuto in una struttura lucida e razionale, quasi a voler lastricare un percorso logico di indagine e di comprensione. Riportare l'accaduto in un campo scientifico, dove la follia e l'abominio possano essere interpretati ed elaborati al fine di comprendere le ragioni profonde della tragedia, appare come una caratteristica basilare ed apprezzabile del lavoro di Tallone e Jarach. L'equilibrio è dunque uno dei pregi di un libro che non si lascia mai trasportare dalla passione proprio per non intralciare l'analisi esaustiva degli eventi. E' piuttosto l'umanità a venire a galla come risultato finale. Quella stessa umanità che negli anni della dittatura finì in un cantuccio è il primo elemento che le autrici tentano di recuperare attraverso i racconti dei protagonisti del libro.
Tra le testimonianze raccolte si possono segnalare quella di Carlos Pisoni, del gruppo "Hijos" (i figli dei desaparecidos), di Dante Gullo (figlio di Angela Aieta), di Guido Tallone (il padre di Carla), di Vera Jarach (la cui figlia è una "scomparsa"), di Bernardino Osio (primo consigliere della
 
 
 
Ambasciata dal 1975 al 1978), di Marco Bechis (autore del film Garage Olimpo ed egli stesso desaparecido miracolosamente scampato alla morte), di Daniele Incalcaterra (regista di Fasinpat e Terra di Avellaneda) e di Julio Velasco (ex allenatore della Nazionale di pallavolo italiana).
La coautrice del libro, Carla Tallone, sorella di Renato, uno degli "scomparsi" italiani, parla con Via Po della sua tragica esperienza dalla sua casa di Buenos Aires.
"Per molti mesi mia madre ha continuato ad apparecchiare a tavola anche per mio fratello. E' molto difficile spiegare il concetto di "scomparso" e noi stessi in famiglia non sapevamo precisamente che fare. Cosa significa essere scomparsi? Sei morto o sei vivo? Potresti varcare ogni momento la soglia di casa così come mai più. Fu veramente difficile razionalizzare questo concetto. Avevamo la sensazione di vivere in perenne attesa. Non si percepiva completamente la mostruosità di ciò che stava accadendo, si viveva in un clima surreale".
La famiglia Tallone è fra quelle che continuarono a battere i pugni per molto tempo sulla porta blindata dell'ambasciata italiana e Carla, in qualche modo, sta continuando a farlo. Per riguadagnare una memoria che può essere attivata e custodita solo infrangendo il silenzio.
"I miei genitori erano emigranti italiani - racconta Carla - talmente italiani che si rifiutarono sempre di prendere la cittadinanza argentina. Per questo stesso motivo anche io e mio fratello siamo italiani a tutti gli effetti. Siamo cresciuti in un ambiente culturale italiano e abbiamo sempre considerato l'Italia come il nostro paese. Un paese che allora ci abbandonò al nostro destino".
Non per altro la meta della fuga di Carla fu proprio l'Italia dove poteva contare sull'appoggio logistico dei suoi parenti. Nell'82 la dittatura era oramai allo stremo eppure la situazione rimaneva pesante tanto da indurre la scrittrice a cambiare aria.
"Avevo bisogno di staccarmi da quell'orrore. Rimasi oltre dieci anni in Italia ma purtroppo non vi trovai l'appoggio che mi aspettavo. La gente non era informata. Una lista degli scomparsi uscì in Italia solo nell'82 (il 31 ottobre sul Corriere della Sera). Il problema era stato decisamente sottovalutato. Si diceva allora: por algo serà (per qualcosa sarà) e anche in Italia molti dicevano: se sono stati arrestati per qualcosa sarà. In quel contesto l'unico politico che si attivò veramente fu Sandro Pertini, allora presidente della Repubblica. Quando la giunta militare emanò il così detto "Documento finale" (28 aprile 1983), con cui si dichiarava che gli "scomparsi" dovevano ritenersi morti, Pertini rispose
 
immediatamente (30 aprile 1983) con un messaggio durissimo che fece infuriare i gerarchi che comprendevano a loro volta, non dimentichiamoci, molti italiani".
Ritornare in Argentina per Carla non è stato facile. Così come non è stato facile scrivere un libro di testimonianze su un argomento che la vede coinvolta in prima persona.
"L'elaborazione del lutto - ci dice - è complicata quando non hai una tomba su cui piangere e paradossalmente esistono anche dei problemi burocratici. Non esiste, per esempio, un certificato di morte di mio fratello. E' sostituito da un certificato di desaparecion forzada".
Eppure il rientro di Carla, anche se difficile, ha avuto un senso preciso. E così come lei ha dovuto mettersi a confronto con un passato tragico anche l'Argentina dovrà fare i conti con la sua storia.
"I criminali sono ancora in giro - ci racconta - si possono ancora incontrare andando a fare la spesa sotto casa. Molti argentini poi preferiscono non sapere molti dettagli, altri si rifiutano di accettare la realtà di quel periodo buio, altri ancora hanno deciso di dimenticare per una supposta pacificazione nazionale. Per me non ci può essere una pacificazione senza giustizia e questo libro è anche una richiesta in tal senso. Le leggi di Alfonsin (la legge "Punto final", varata il 23 dicembre 1986, concedeva gli ultimi 60 giorni per la denuncia dei crimini della dittatura mentre la legge di "Obediencia debida", del 5 giugno 1987, scagionava da qualsiasi responsabilità i militari che avevano eseguito gli ordini dei superiori) e soprattutto il vergognoso indulto di Menem, che ha praticamente concesso l'amnistia ai colpevoli, hanno impedito una vera riconciliazione nazionale anche se io sono ottimista sui futuri sviluppi legali di questa vicenda".
L'ottimismo nasce soprattutto dalla politica dell'attuale presidente argentino Nestor Kirchner che con un colpo di spugna ha spazzato via le leggi di Alfonsin e di Menem. A questo punto in Argentina si potranno riaprire molti processi. E' una questione che riguarda da vicino anche l'Italia dove si sta svolgendo il processo "Esma" (nome della famigerata scuola dell'esercito dove avvennero molti crimini e che sta per essere convertita in museo della memoria): sei militari argentini (tra cui Massera e Astiz) attendono di essere giudicati nel nostro paese per l'uccisione dei cittadini italiani Giovanni e Susanna Pegoraro e di Angela Aieta. A ricordare l'importanza dei tribunali in questa vicenda, nel libro è pubblicata la sentenza del processo in Corte d'Assise di Roma (6 dicembre 2000) per 7 ufficiali della dittatura giudicati in contumacia per la sparizione di 8 italiani. Oltre all'elenco degli "scomparsi", trova spazio nella pubblicazione anche la lista dei figli che, nati in carcere, sono tuttora ricercati dai parenti.
Quello degli "hijos" (figli) è un altro tema che sta appassionando il paese. I bambini che nascevano nei campi di detenzione venivano regolarmente sottratti ai genitori ma quasi mai restituiti alle famiglie. Molti di loro furono adottati dagli stessi militari. In Argentina è attualmente in corso una campagna mediatica per rintracciare i figli degli "scomparsi" oramai trentenni e ignari della loro vera identità. E' questa una delle tante eredità scabrose lasciate in eredità dalla dittatura e ancora in attesa di giustizia.
A trent'anni di distanza da quel fatidico 24 marzo 1976, l'Argentina si fermerà per ricordare le vittime dell'orrore. Ma quanti in Italia faranno lo stesso pensando alle responsabilità, se non alla connivenza, delle nostre classi dirigenti?
 
Manlio Masucci,
"Via Po" del 18.03.2006
   
 
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