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IL
MASSACRO DI SREBRENICA |
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Il ricordo
a 10 anni dall'eccidio |
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A
detta di molti la rapida caduta di Srebrenica rimane uno
dei misteri più controversi della guerra di Bosnia,
tanto che alcuni autori parlano di collasso collettivo
degli USA, dell’ONU, della Gran Bretagna, della Francia,
del governo bosniaco, dei caschi blu olandesi e degli stessi
difensori musulmano-bosniaci della città.
Si è discusso a lungo del massacro di Srebrenica, ma è bene ricapitolare.
Nella primavera del 1992 le truppe serbo-bosniache si resero protagoniste di
un uragano di violenze contro la popolazione civile musulmana della neo-indipendente
regione della Bosnia-Herzegovina. Tale sanguinaria azione venne accuratamente
programmata allo scopo di creare una comunità serba “etnicamente
pura” nel territorio bosniaco, che dissolvesse il confine con la Serbia
e si affacciasse allo stato di Slobodan Milosevic.
Gli atti più cruenti vennero compiuti nella zona orientale della Bosnia,
accanto al confine - che si voleva annullare - con la Serbia, nella valle del
fiume Drina.
Nell’area attorno ai paesi di Zvornik, Visegrad e Foca la “pulizia
etnica” fu immediata, brutale e terribilmente efficace. A decine di migliaia
vennero uccisi, altre centinaia di migliaia furono deportati: molti di questi
fuggirono nell’enclave che divenne il teatro delle atrocità durante
l’assedio di Srebrenica.
Per più di tre anni, dalla primavera del 1992, un piccolo lembo di
terra attorno alla città venne sottoposto all’offensiva delle
milizie serbe. Srebrenica visse il suo incubo. Incubo sia dei propri cittadini,
assediati, che dei profughi in fuga dalle aree
circostanti.
La situazione si rivelò vicina al collasso in occasione dell’arrivo
a Sebrenica, nel marzo del 1993, del generale francese Phillipe Morillon, comandante
Militare delle Nazioni Unite in Bosnia, che raggiunse la città accerchiata
senza permesso dai suoi superiori. Anziani, bambini e feriti vennero fatti
evacuare. Con i serbi che strinsero la presa per tentare nuovamente di prendere
il controllo della città, il 16 aprile del 1993 il Consiglio di Sicurezza
dell’ONU ratificò la risoluzione n. 819, dichiarando Srebrenica
e 30 miglia quadrate attorno alla città la prima “United Nations
Safe Area”. Dapprima truppe canadesi poi olandesi giunsero a Srebrenica
su mandato internazionale. Costretto però al non intervento dalle disposizioni
internazionali, il contingente garantì solo che la città non
capitolasse definitivamente.
Improvvisamente, il 30 maggio del 1995 l'Onu dichiarò che le forze
di interposizione dei Caschi Blu in Bosnia dovevano farsi da parte. Una scelta
fatale, che testimoniò l'ambiguità del Palazzo di Vetro nei confronti
di Srebrenica: immediatamente, il 9 luglio, l'esercito serbo-bosniaco, guidato
dal generale Ratko Mladic, iniziò così a bombardare la città.
I Caschi Blu, obbligati al non-intervento, cercarono di convincere la popolazione
musulmana ad arrendersi, garantendo un intervento aereo della Nato che non
sarebbe arrivato mai. I serbo-bosniaci, i quali nel frattempo erano riusciti
a farsi consegnare i loro armamenti dai Caschi Blu olandesi
che temevano una possibile rappresaglia nei loro confronti, entrarono
in città l'11 luglio
a bordo dei blindati bianchi dell'Onu. La popolazione di Srebrenica si sarebbe
accorta dell'inganno troppo tardi. L’11 luglio del ’95 Mladic e
le sue truppe entrarono nel cuore della città: la popolazione, terrorizzata,
si spostò in massa verso la base olandese, nei pressi dell’isolato
villaggio di Potocari.
Le due settimane successive videro rastrellamenti, uccisioni,
stupri e fughe in massa di donne, vecchi e bambini, soprattutto verso Tuzla.
Quasi 8.000 uomini dai 14 ai 70 anni vennero fatti prigionieri
dalle truppe di Mladic: morirono tutti. Divisi in gruppi
di centinaia vennero trasportati a bordo di camion nei
centri vicini (molti a Zvornik), dove furono massacrati
e sepolti in fosse comuni in gran segreto. La città, ormai svuotata
dei propri abitanti, venne così presa d'assalto |
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dalle famiglie serbo-bosniache, quasi tutte profughe a loro volta, che alterarono
completamente la cifra etnica della cittadina.
Il comandante olandese Tom Karremans richiese un intervento della Nato, ma quando
esso giunse, si rivelò tardivo e inefficace, e non fece altro che consegnare
definitivamente Srebrenica nelle mani dei serbi.
La storia del massacro di Srebrenica in questi dieci anni non è ancora
stata del tutto spiegata.
Presto si venne a sapere che il generale francese delle truppe ONU Bernard Janvier
si disinteressò della tutela dei territori delle enclavi, tra cui Srebrenica.
Non solo: egli il 4 giugno del 1995 confidò segretamente
a Mladic che non avrebbe richiesto l’intervento della Nato contro
le milizie serbe.
Pochi giorni dopo Janvier sostenne come i serbi stessero cambiando atteggiamento
e meritassero il riconoscimento della comunità internazionale.
Da allora i serbi diedero inizio a una decade all’insegna delle smentite
e del rinnegamento. Jovan Zametica, il portavoce del leader Karadzic, sostenne
che ogni accusa mossa era priva di fondamento. Il novembre successivo, Karadzic
disse che a Srebrenica nulla era successo, e che l’accusa del massacro
era solo una “propaganda in previsione dei negoziati di Dayton”.
Nel 2003, a seguito della decisione dello ‘Human Rights Chamber’ di
Sarajevo, l’alto rappresentante della comunità internazionale
per la Bosnia, Paddy Ashdown, ordinò alla ‘Republika Srpska’ di
istituire una commissione per indagare sul massacro di Srebrenica. Il risultato
non fu altro che una pura mistificazione. Ashdown si infuriò, e ordinò il
ripristino dei lavori.
Per la prima volta, nel giugno del 2004 la Serbia iniziò a fare i conti
con il proprio passato. In una documentazione senza precedenti - dove si denunciava
la scomparsa di 7.779 tra uomini e ragazzi, presumibilmente morti - la commissione
d’inchiesta stabilì che “tra il 10 e il 19 luglio del 1995,
diverse migliaia di cittadini bosniaci vennero uccisi contro ogni rispetto della
legislazione umanitaria internazionale”.
Allo stesso tempo, gli eventi al Tribunale Internazionale dell’Aja si susseguivano freneticamente.
Un uomo di nome Drazen Erdemovic confessò di aver preso parte alla
decima unità dell’esercito
serbo-bosniaco responsabile di diverse uccisioni di massa della popolazione di
etnia musulmana. Il pubblico ministero che portò al processo la testimonianza
di Erdemovic, Mark Harmon, presto optò per un’accusa di genocidio
contro il braccio destro di Mladic a Srebrenica, il generale Radislav Krstic.
Il processo, nel corso del quale si sono succedute testimonianze di sopravvissuti
e di familiari delle vittime dalla portata epocale, ha costituito una svolta
- anche |
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se non definitiva
- verso l’accertamento della verità, e
per la prima volta al Tribunale dell’Aja è stata portata alla
luce la tragica evidenza delle fosse comuni.
Nel maggio del 2003, Momir Nikolic, ex-responsabile
organizzativo della ‘brigata Bratunac’, e Dragan Obrenovic,
dello staff della ‘brigata Zvornik’, si sono dichiarati colpevoli
di aver preso parte al massacro e hanno accettato di testimoniare contro i
loro ex-compagni. Nikolic ha sfacciatamente confessato che “…gli
uomini in buona salute venivano separati dalla rappresaglia del totale dei
civili musulmani, ed assassinati poco dopo gli altri. Mi era stato riferito
che occuparmi di questa operazione sarebbe stato il mio compito.”
Fino a oggi circa 6.000 vittime sono state ritrovate fra i boschi e in fosse
comuni; nel memoriale di Potocari, al tempo stesso uno sterminato cimitero
musulmano e un maestoso monumento alla memoria presso Srebrenica, ne sono sepolte
989, mentre oltre 5.000 corpi esumati aspettano ancora i risultati dei
test del Dna per essere ufficialmente identificati. Da 60 fosse comuni - ce
ne sono almeno altre 20 nell'area non ancora aperte - sono stati finora esumati
i resti di 6.000 vittime. Solo 2.070 sono state identificate ufficialmente,
grazie ai tre laboratori per l'analisi del Dna organizzati dalla Commissione
internazionale per i dispersi, mentre 4.000 scheletri, custoditi nei sacchi
bianchi, uno sull'altro, in enormi scaffali dell'obitorio di Tuzla, aspettano
ancora di riavere un nome. I primi 600 corpi identificati con l'analisi del
Dna sono stati inumati nel cimitero di Potocari nel marzo 2003. L’associazione
delle ‘Madri di Srebrenica’ ha
per anni chiesto la sepoltura dei loro cari proprio a Potocari, dove si trova
la base dei caschi blu olandesi incaricati di garantire
l'area dichiarata ''zona protetta'' dalle Nazioni Unite.
I principali responsabili, il presidente della Republika Srpska Radovan Karadzic
e il suo generale Ratko Mladic, sono stati accusati dal tribunale dell'Aja
di crimini di guerra, ma sono attualmente latitanti, potendo contare ancora
su connivenze e protezioni. Solo Slobodan Milosevic, presidente serbo della
ex Federazione Jugoslava, è attualmente detenuto nella città olandese
anche se, in relazione a questo specifico capo di accusa, nega di aver avuto
alcun ruolo nel massacro.
Ancora oggi Srebrenica è una città spettrale, dove i segni dei
bombardamenti e delle violenze sono tuttora visibili, dove mancano le infrastrutture
più basilari e dove l'economia è quasi del tutto azzerata.
Il governo ha comunque avviato un'opera di rientro graduale delle famiglie
musulmane sfollate, anche se il processo si rivela di non facile attuazione,
a causa del fatto che la maggior parte delle case non sono ancora state ricostruite.
A
cura della redazione di
"Nuovi Mondi Media"
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