Il no al Trattato costituzionale
espresso nel referendum francese segna un passaggio storico:
non ha perso l'Europa, sono stati sconfitti i governi che
hanno preteso di dettare una Costituzione attraverso un Trattato
da loro negoziato.
Il no francese chiude la parabola storica aperta con la
Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, e può condurre
al superamento dell'intergovernamentalismo e del regime
internazionalistico, che hanno caratterizzato la costruzione
dell'Unione europea.
Grande fu l'invenzione di Monnet e
Schuman, perfettamente consapevoli dell'atto ardito che
mirava a instaurare una pace duratura in Europa attraverso
il superamento dello storico conflitto tra Germania e Francia.
Leva di questo processo fu il raggruppamento
della produzione
del carbone e dell'acciao e la fusione dei loro mercati,
da porre sotto un'Alta Autorità,
aperta agli altri paesi: «L'Europa non si compirà di
colpo - sono parole della Dichiarazione - essa si farà per
realizzazioni concrete creando dapprima una solidarietà di
fatto». La via dell' Unione Europea era tracciata,
e la si è seguita per più di cinquant'anni:
l'unificazione economica e la costruzione di un mercato,
prima parziale, poi comune e infine unico; la delega in
campi ben delimitati di poteri sovrani a un organismo sovranazionale,
la cui indipendenza dai governi è stata garantita
dall'applicabilità diretta delle sue decisioni senza
mediazione degli Stati nazionali.
Così si creò una
comunità di diritto, un misto composito di rigide
attribuzioni di poteri sovrani,
realizzato attraverso i trattati internazionali di cui gli Stati rimanevano signori.
Questa impostazione è assunta anche dal nuovo Trattato:
l'articolo 1 afferma che all'Unione europea «gli
Stati membri attribuiscono competenze per conseguire i
loro comuni obiettivi»,
assunto fondamentale ribadito all'articolo I-11, che prevede
il 'principio di attribuzione' in modo da costringere l'Unione
ad agire nei limiti delle competenze espressamente delegate.
Queste competenze sono finalizzate alla creazione di un'economia
sociale di mercato fortemente competitiva (articolo I-3
del Trattato).
Come si vede dal 1950 a oggi un solo filo
lega la costruzione europea: mercato e intergovernamentalismo.
Questa grande invenzione politica ha fallito
nel suo obiettivo finale, enunciato esplicitamente
nella Dichiarazione di Schuman, quello della creazione
della 'Federazione europea indispensabile alla preservazione
della pace'.
Esso è fallito, perché l'economia
di mercato, stella polare del processo di costruzione dell'Unione,
non è in grado di fondare una società politica.
E di questo ne era consapevole perfino il liberale Luigi
Einaudi, che, commentando il Trattato CECA, disse che bisognava
cominciare dalla politica se si voleva conseguire anche
un risultato economico (2 giugno 1952).
È il metodo
funzionalistico, volto a integrare economia e mercato,
che ora va rimosso se si vuole costruire un'Unione politica.
I governi con i Trattati si sono riservati il potere di
decisione ultima, oltre a riguadagnare l'esercizio diretto
della funzione
legislativa tramite i Consigli dei ministri e la
guida politica tramite il Consiglio europeo. Con il Trattato
di Roma si costruì un'unione
doganale e una comunità per l'energia atomica; con
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compromesso
del Lussemburgo gli Stati si garantirono il diritto di
veto e la limitazione del voto a maggioranza; negli anni
'70 si stabilizzarono i tassi di cambio, e poi con l'Atto
unico europeo (1986) si decisero 279 proposte per avere
un'area senza frontiere, in cui i beni, le persone i servizi
e i capitali potessero liberamente muoversi. A Maastricht,
nel 1991, si avviò l'unione economica
e monetaria, con il controllo della spesa tramite i limiti
al deficit e al debito pubblici, e si eressero gli altri
due pilastri della difesa e politica estera e delle politiche
di giustizia e sicurezza; infine a Nizza si varò la
Carta dei diritti e si rividero
alcuni meccanismi decisionali. Il Parlamento europeo
acquisì, nel tempo, prima la procedura cooperativa
e quindi quella codecisionale per partecipare alle deliberazioni
delle diverse normative, che rimangono comunque saldamente
nelle mani della Commissione, che sola ha il potere di
iniziativa legislativa, e dei Consigli dei ministri - questo
Parlamento dai poteri dimezzati rimane così limitato
anche nel Trattato costituzionale. Una comunità che
si voleva di diritto non poteva, prima attraverso le pronunce
giurisprudenziali e poi con la Carta di Nizza, non prevedere
la garanzia dei diritti fondamentali, ma questi - e lo
voglio affermare usando i giudizi di Federico Mancini -
sono funzionalizzati alla realizzazione del mercato interno,
a evitare le distorsioni della competizione,
insomma a consentire il fluido scorrimento degli
scambi di mercato. I diritti sono condizionati al raggiungimento
degli obiettivi di un'economia fortemente competitiva,
come ossessivamente si ripete nel Trattato costituzionale;
ciò spiega perché l'intera Terza parte del
Trattato costituzionalizza le politiche liberiste, compresi
i servizi generali e i monopoli pubblici: essa determina «la
portata e le modalità d'esercizio delle competenze
dell'Unione» (articolo I-12, sesto comma). Si può dire
che finora i Trattati hanno codificato norme regolative
dell'esistente, ora dobbiamo elaborare norme costitutive
che creino diritti e sanciscano procedure democratiche.
I dati sociologici
(operai, impiegati e gio-
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vani
hanno votato contro il Trattato), oltre quelli politici,
dicono che il no francese è un
no all'Europa liberista costruita dai governi, e che esso è una
base per un europeismo di sinistra. Sconcerta che nessun
esponente politico sostenitore del Trattato, penso a
G. Amato, abbia preso atto che i governi debbono fare
un passo indietro e restituire ai cittadini il potere
di decidere sulla Costituzione europea: parlano di nuove
trattative tra governi, che hanno portato in un vicolo
cieco perché i
popoli vieppiù rifiutano il liberismo che impregna
l'Unione. Lo ha scritto con chiarezza M. Fioravanti che
alla costituzione si potrà arrivare solo uscendo
dalla logica del trattato, delle relazioni di diritto
internazionale tra Stati sovrani. Occorre immaginazione
e sperimentare nuove vie.
Si può riprendere l'indicazione
contenuta nel
quesito del referendum italiano d'indirizzo del
1989 - approvato dall'88% degli elettori - che chiedeva
di «procedere alla trasformazione delle Comunità europee
in un'effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile
di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento
il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea
da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi
competenti degli Stato membri della Comunità».
Da qui si può articolare oggi la proposta il cui
elemento centrale è che i governi non esercitino
più nessun
potere costituente, e che questo sia invece attribuito,
con una procedura multilivello, di dialogo costituente,
a 'convenzioni' di cittadini/e, parlamenti nazionali
e Parlamento europeo. Si apre con il no francese una
nuova fase di lotta per la costituzione
europea.
Questa deve affermare, a partire dalle
tradizioni costituzionali comuni, i diritti universali
della persona che istituzionalizzano i limiti e la guida
della formazione della volontà politica. Non è più il
tempo di arretrare nei confini della sovranità nazionale, è il
tempo di una democrazia, transnazionale e federalista,
europea.
di Franco Russo
da "Liberazione" del 6.06.2005
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