La vicenda dei
martiri delle Foibe e dell'esodo dei 350.000 italiani
istriani, giuliani e dalmati che, all'indomani della
seconda guerra mondiale, dovettero abbandonare le
proprie case a causa della repressione titina, per
il solo crimine di essere italiani, è rimasta
per molto tempo sempolta e dimenticata.
La vicenda di questi profughi è stata lungamente taciuta, stritolata
sotto i blocchi della guerra fredda.
Finalmente la storia è riuscita a fare breccia nella cronaca e,
da qualche anno ormai, il 10 febbraio in tutta Italia si ricordano i tristi
episodi che sconvolsero la vita di migliaia di uomini e donne, prime vittime
di quella pulizia etnica mista di ferocia politica che ha connotato la
storia dell'Europa del XX secolo.
Appunto per imparare dagli errori dei nostri predecessori e perché la
memoria dei fatti ci serva come monito per non sbagliare di nuovo, vogliamo
dedicare questo numero di "Ad Limina Orbis", a quei fatti di
più di un secolo fa, ripercorrendo brevemente gli episodi di quegli
anni, grazie al materiale tratto dal sito www.10febbraio.it . |
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| Premessa |
Il
dramma delle foibe istriane e triestine ha origini
fin dal 1918 quando l'Italia riceve a seguito della
vittoria nella guerra del '15-'18 tutta l'Istria con
circa 500 mila slavi e senza il loro consenso. Questo
creerà negli anni seguenti un movimento irredentista
slavo al quale l'Italia non saprà opporre una
intelligente politica di coinvolgimento.
Gli errori italiani, in sintesi, sono i seguenti: |
a) |
arrivo
di una amministrazione pasticciona, con la nostra
solita burocrazia di stampo borbonico-piemontese
che sarà considerata una autentica iattura
in quelle zone. Teniamo presente che eravamo
stati preceduti da una amministrazione austro-ungarica
efficiente, elastica ed onestissima, con una
secolare tradizione di amministrazione su popoli
diversi nel composito impero asburgico; |
b) |
compressione
degli usi e costumi slavi con ostacoli anche
all'uso della stessa lingua: un fatto eclatante è quello
narrato in un libro in cui si racconta che ai
tempi dei bombardamenti "alleati" fu
colpita Muggia e gli abitanti dovettero chiedere
alle autorità della RSI il permesso di
cantare, durante i funerali in chiesa, i canti
religiosi in sloveno dato che tale lingua non
era ammessa; in sostanza la nostra presenza dopo
il 1918 fu vista dai locali piuttosto male; |
c) |
La
situazione economica generale risentiva delle
difficoltà dell'epoca (crisi del '29)
sulle quali l'Italia aveva responsabilità relative.
Non dimentichiamo che fino al 1918 alle spalle
di Trieste e di Fiume c'era un grande impero
di cui Trieste e Fiume erano i porti principali.
L'arrivo dell'Italia coincise con la decadenza
sopratutto di Trieste come del resto è noto. |
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Nel complesso gli
istriani e giuliani di lingua slovena si sentirono
degli occupati e rimpiangevano l'Austria-Ungheria.
Non parliamo poi della toponomastica e dei nomi dei
paesi e città dove le tradizioni locali vennero
piuttosto ignorate. Gli eventi della Seconda Guerra
Mondiale acuirono ancora la situazione specie con lo
sviluppo delle resistenza armata degli slavi contro
gli italiani ed tedeschi, con conseguenti rappresaglie.
Da tenere presente che in sostanza gli slavi o almeno
la parte preponderante dei loro combattenti era composta
da comunisti, il che condizionò ancora di più le
scelte degli italiani residenti colà. E' certamente
vero che la fuga degli italiani avvenne proprio anche
per non cadere sotto un regime comunista. Ne esce male
anche il CLN italiano che, benché avvisato di
quello che poteva succedere ed invitato dai tedeschi
e dai fascisti a fare fronte comune contro il calare
delle bande slave, non accettò, finendo, così,
in parte nelle foibe, ma i più scapparono a
Venezia per sfuggire alla mattanza.
E' chiaro che mai gli italiani fecero ai danni degli slavi neppure una
minima parte di quello che poi dovettero subire ma è certo che la
politica italiana tra il 1918 ed il 1945 non brillò certo per lungimiranza.
Tra l'altro la quasi totalità delle condanne a morte comminate dal
Tribunale Speciale negli anni '25-'41 in Italia, riguardò al 90%
irredentisti slavi. Si tratta, in sostanza, di vicende disgraziate, frutto
molto delle sistemazioni territoriali seguite alla Prima Guerra Mondiale,
dove il nostro intervento a fianco degli alleati fu compensato regalandoci
nient'altro che dei contenziosi con mezzo mondo mentre gli alleati si prendevano
le colonie tedesche e si spartivano il bottino.
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| L'8 settembre del 1943 |
Dopo l' 8 settembre,
crollate le strutture dello stato italiano, l'Istria
interna divenne per breve tempo terra di nessuno poiché i
tedeschi occuparono subito i centri strategici di Trieste,
Pola e Fiume, ma per carenza di forze trascurarono
l'entroterra. A colmare il vuoto di potere si mossero
gli antifascisti: con qualche titubanza quelli italiani
- soprattutto, ma non esclusivamente, comunisti - che
erano presenti nelle città costiere, e con maggior
decisione e urgenza quelli sloveni e croati legati
al Movimento di liberazione iugoslavo. Tale movimento
era già da tempo attivo sul territorio istriano,
non però con unità combattenti, ma con
una rete clandestina impegnata soprattutto nella raccolta
di informazioni e nel reclutamento di giovani per le
formazioni partigiane croate operanti nei dintorni
di Fiume e sul massiccio dei Gorski Kotar. La fase
confusa che seguì all' 8 settembre è stata
correntemente qualificata come "insurrezione popolare",
ma in effetti si tratta di una definizione che ha suscitato
alcune perplessità, perché gli insorti
non trovarono alcuna opposizione e si limitarono in
genere a occupare le posizioni chiave sul territorio
e a raccogliere le armi abbandonate dalle truppe italiane;
essa tuttavia può essere accolta per indicare
la vastità del moto che interessò buona
parte della penisola, a patto però di aver ben
presente che si trattò di un insieme di sollevazioni
guidate da diverse forze scarsamente coordinate e non
sempre concordi, che portarono all'insediamento di
una miriade di organismi provvisori e talvolta reciprocamente
concorrenziali. In ogni caso, a una prima fase spontaneista
ne seguì un'altra, contrassegnata dal riuscito
tentativo degli organi del Movimento popolare di liberazione
jugoslavo di assumere il pieno controllo della situazione
militare e politica, grazie anche all'arrivo in Istria
di forze partigiane e di quadri dirigenti dei Partito
comunista croato.
Il fenomeno delle foibe iniziò appunto nell'autunno del '43, subito
dopo l’armistizio, nei territori dell’Istria, abbandonati dai
soldati italiani che li presidiavano e non ancora sotto il controllo dei
tedeschi, quando i partigiani delle formazioni slave, ma anche gente comune,
per lo più delle campagne, fucilarono o gettarono nelle foibe centinaia
di cittadini italiani, bollati come “nemici del popolo”. Il
numero delle vittime non è quantificabile con precisione. Comunque
dovrebbero essere un migliaio tra infoibati, caduti nelle zone costiere,
dispersi in mare.
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| I proclami di annessione |
La preoccupazione
politica prioritaria dei nuovi poteri instauratisi
sul territorio istriano fu quella di decretare l'annessione
della regione alla Jugoslavia. Ciò avvenne con
una serie di proclami diffusi da diversi organismi
partigiani: in prima istanza, la volontà dell'Istria
a "essere annessa alla madrepatria croata" venne
manifestata il 13 settembre del 1943 da parte del Comitato
popolare di liberazione a Pisino, e subito dopo, il
20 settembre, lo ZAVNOH (il Consiglio territoriale
antifascista di liberazione nazionale della Croazia)
proclamò a Otocac l'annessione alla Croazia
e, per il suo tramite, alla Jugoslavia, di tutti i
territori ceduti all'Italia, vale a dire l'Istria,
Fiume e Zara, oltre alla Dalmazia occupata dagli italiani
nel 1941. Da parte sua, il 16 settembre il plenum del
Fronte di liberazione nazionale della Slovenia assunse
una decisione simile in merito all'annessione del litorale
sloveno (con Trieste e Gorizia). Tali decreti sarebbero
stati solennemente fatti propri il 30 novembre a Jajce
dall'AVNOJ, l'organo supremo del Movimento di liberazione
jugoslavo.
Sulla natura dei decreti di annessione vi fu all'epoca qualche fraintendimento
che si è riflesso talvolta anche in sede di analisi storica e che
ha portato alla sottovalutazione degli effetti politici di quegli atti,
considerati poco più dell'espressione, per quanto solenne, di un
pacchetto di rivendicazioni da conquistare con la lotta militare e politica.
Al contrario, dai partigiani sloveni e croati essi vennero accolti come
provvedimenti aventi forza di legge emanati dall'unico organo cui gli aderenti
al Movimento di liberazione jugoslavo riconoscevano tale diritto, l'AVNOJ
appunto. Come conseguenza di tali deliberazioni perciò, l'annessione
veniva considerata una realtà già in atto, che andava ovviamente
difesa con le armi e la diplomazia, ma che in Istria, così come
per Fiume e per il litorale sloveno rendeva gli organi creati dal medesimo
Movimento di liberazione gli unici legittimi detentori del potere. È solo
a partire da tale fatto compiuto che possono essere pienamente comprese
non solo la complessa pagina dei rapporti tra il Movimento di liberazione
jugoslavo e quello italiano nei territori che le "autorità popolari" e
il Partito comunista sloveno e quello croato consideravano già appartenenti
al nuovo stato jugoslavo, ma anche le logiche sottostanti alla repressione
che ben presto si abbatté sulla popolazione italiana dell'Istria. |
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| Gli arresti |
Ben presto infatti nella regione cominciarono gli
arresti, la cui tipologia risulta piuttosto ampia,
ma non per questo meno significativa. Nelle località costiere,
dove il potere era stato inizialmente assunto da
elementi antifascisti italiani, a venir imprigionati
furono prevalentemente squadristi e gerarchi locali.
Accanto a essi però, nelle aree controllate
dagli insorti croati, vennero
fatti sparire i rappresentanti dello stato, come
podestà, segretari e messi comunali, carabinieri,
guardie campestri, esattori delle tasse e ufficiali
postali: era questo un segno evidente della volontà diffusa
fra i quadri del Movimento popolare di liberazione
di spazzare via chiunque ricordasse l'amministrazione
italiana, odiata dalla popolazione croata per il
suo fiscalismo oltre che per le sue prevaricazioni
nazionalistiche e poliziesche. Ma nell'insurrezione
i connotati etnici e politici si saldavano inestricabilmente
a quelli sociali, e così nelle campagne bersaglio
prioritario delle retate divennero anche i possidenti
italiani, che caddero vittime di quell'antagonismo
di classe che da decenni li vedeva contrapposti a
coloni e mezzadri croati. Si trattava di un antagonismo
che risaliva all'epoca asburgica, ma che era stato
ulteriormente esasperato dal brusco arresto che il
fascismo aveva imposto alle aspirazioni di emancipazione
sociale (lei coltivatori slavi. Sorte simile toccò a
molti dirigenti, impiegati e capisquadra d'imprese
industriali, cantieristiche e minerarie, specie
nella zona di Albona, dove preesisteva una lunga
tradizione di lotte operaie e dove nel primo dopoguerra
c'era stato addirittura il tentativo di costituire
una repubblica ispirata a quella dei soviet.
La repressione però si estese ulteriormente e scomparvero anche commercianti,
insegnanti, farmacisti, veterinari, medici condotti e levatrici, vale a dire
le figure più visibili delle comunità, come pure alcuni membri
italiani dei neutri Comitati di salute pubblica che erano stati costituiti in
alcune località subito dopo l'8 settembre; sembrava dunque che l'intera
classe dirigente italiana fosse sotto tiro, ma arresti e uccisioni colpirono
anche altri soggetti, sempre italiani, comprese alcune donne che furono oggetto
di violenze, in uno sgorgate tragico e incontrollato d'antichi e recenti attriti
paesani.
Riguardo alla larghezza dello spettro repressivo, fonti croate del tempo chiariscono
come uno dei compiti affidati, ai nuovi "poteri popolari" fosse stato
quello di "ripulire" il territorio dai nemici del popolo". È questa
una formula che rimanda a precedenti ben precisi: quello della rivoluzione sovietica
e quello della guerra civile spagnola, alle quali diversi attivisti politici
locali avevano partecipato; nell'esperienza della lotta partigiana jugoslava
tale espressione indicava tutti coloro che, per una varietà di ragioni,
non collaboravano attivamente con il Movimento di liberazione guidato dai comunisti
di Tito. Si trattava quindi di una definizione assai elastica, che lasciava amplissimi
margini di discrezionalità e si prestava a giustificare politicamente
l'eliminazione di chiunque, singolo o gruppo, venisse considerato di ostacolo
all'affermazione del fronte di liberazione.
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| Le uccisioni |
La
maggior parte degli arrestati venne concentrata in
alcune località di raccolta e soprattutto a
Pisino, città posta al centro della penisola
istriana e tradizionalmente considerata dagli slavi
la culla della croaticità istriana; qui si celebrarono
i processi sommari, condotti senza particolare scrupolo
per l'accertamento di responsabilità criminose
e conclusi quasi sempre con la condanna a morte, l'esecuzione
- in genere collettiva - e l'occultamento dei corpi
nelle cavità ovvero, nelle località costiere,
con la dispersione in mare delle spoglie. Sembra che
le fucilazioni sull'orlo delle foibe venissero
condotte in modo da precipitare nelle voragini
anche condannati ancora vivi. Il ritmo delle eliminazioni
si accelerò bruscamente agli inizi di ottobre
quando, costrette ad abbandonare il campo di fronte
all'offensiva generale delle truppe tedesche, le "autorità popolari" preferirono
non lasciarsi dietro scomodi testimoni e procedettero
alla liquidazione in massa dei prigionieri, con una
decisione che si collocava tra la volontà di
condurre una guerra a oltranza in cui non vi era posto
per la pietà, e la criminalità politica
vera e propria.
Diverse logiche si sommarono dunque nel dar vita agli eccidi. La distruzione
dei catasti da parte dei contadini croati, i linciaggi, le violenze - anche
di gruppo - a carico di ragazze e donne incinte, la stessa efferatezza
delle esecuzioni, spesso accompagnate da sevizie, ci restituiscono infatti
il clima di una selvaggia rivolta contadina, con i suoi improvvisi furori
e la commistione di odi politici e personali, di rancori etnici, familiari
e di interesse. Ciò non significa però che negli avvenimenti,
certo confusi, di quei giorni non siano ravvisabili anche clementi significativi
di organizzazione. Dietro il giustizialismo sommario e tumultuoso,
i regolamenti di conti interni al mondo rurale istriano, il parossismo
nazionalista, gli stessi aspetti di improvvisazione evidenti nella repressione,
non è difficile insomma scorgere gli esiti di un progetto, per quanto
disorganico e affrettato: un progetto rivolto alla distruzione del potere
italiano sull'entroterra istriano e alla sua sostituzione con il contropotere
partigiano, portatore di un disegno annessionistico della regione alla
Croazia e, quindi, alla Jugoslavia. Si trattava in questo caso di un nuovo
potere di natura rivoluzionaria, intenzionato a mostrare la propria capacità di
vendicare i torti, individuali e storici, subiti dai croati dell'Istria,
e al tempo stesso di coinvolgere e compromettere irrimediabilmente la popolazione
slava in una guerra senza quartiere contro gli italiani, equiparati tout
court ai fascisti, che veniva considerata la premessa indispensabile per
il ribaltamento degli equilibri nazionali e sociali nella penisola. |
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| Le foibe del 1945 |
Le
foibe ebbero la loro massima intensità nei
quaranta giorni dell'occupazione jugoslava di Trieste,
Gorizia e dell'Istria, dall'aprile
fino a metà giugno '45, quando gli anglo-americani
rientrarono a Trieste occupata dalle milizie di
Tito. Tra marzo e aprile, anglo-americani e jugoslavi
si impegnarono nella corsa per arrivare primi a
Trieste. Giunse per prima la IV armata di Tito
che entrò in città il 1º maggio
alle 9:30. Come scrive Gianni Oliva, gli ordini
di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj
non si prestavano a equivoci: «Epurare subito», «Punire
con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo
e dell'odio nazionale». Era il preludio alla
carneficina, che non risparmiò nemmeno gli
antifascisti di chiara fede italiana, nemmeno membri
del Comitato di liberazione nazionale. Ci fu una
vera e propria caccia all'italiano, con esecuzioni
sommarie, deportazioni, infoibamenti. In quel periodo
solo a Trieste furono deportate circa ottomila
persone: solo una parte di esse potrà poi
far ritorno a casa. I crimini ebbero per vittime
militari e civili italiani, ma anche civili sloveni
e croati, vittime di arresti, processi farsa, deportazioni,
torture, fucilazioni. La mattanza si protrasse
per alcune settimane, sebbene a Trieste e a Gorizia
fra il 2 e il 3 maggio fosse arrivata anche la
seconda divisione neozelandese del
generale Bernard Freyberg, inquadrata nell'VIII
armata britannica. Finì il 9 giugno quando
Tito e il generale Alexander tracciarono la linea
di demarcazione Morgan, che prevedeva due zone
di occupazione - la A e la B - dei territori goriziano
e triestino, confermate dal Memorandum di Londra
del 1954. È la linea che ancora oggi definisce
il confine orientale dell'Italia. La persecuzione
degli italiani, però, durò almeno
fino al '47, soprattutto nella parte dell'Istria
più vicina al confine e sottoposta all'amministrazione
provvisoria jugoslava. |
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| Le conseguenze delle foibe |
Rilevante
fu il peso delle foibe istriane sia sul breve che sul
lungo periodo. Gli episodi dell'autunno del 1943, la
cui eco fu rilanciata dalla propaganda tedesca e della
Repubblica sociale italiana, contribuirono a irrobustire
diffidenze e timori dei giuliani di sentimenti italiani
nei confronti di un movimento partigiano egemonizzato
dai comunisti jugoslavi, rendendo più difficile
per gli italiani la scelta della partecipazione alla
Resistenza. Ma oltre a ciò, l'esperienza traumatica
del 1943 diffuse in tutta la regione
la preoccupazione per una nuova e forse definitiva
ondata che avrebbe travolto gli italiani nel caso la
Venezia Giulia fosse nuovamente caduta sotto il controllo
jugoslavo. In questo senso, è legittimo parlare
dei successivi avvenimenti citi 1945 come di una violenza
annunciata, che venne intesa come la conferma dei tumori
accumulativi negli anni precedenti.
Non vi è quindi da stupirsi se, nella percezione dei protagonisti
dei tempo, il ripetersi delle stragi venisse poi avvertito come la testimonianza
sanguinosa di un disegno di eliminazione della componente italiana dai
territori rivendicati dalla Jugoslavia. II discorso non si ferma qui. Negli
anni del dopoguerra non si ebbero pila episodi di violenza di massa paragonabili
ai due picchi del 1943 e del 1945, ma nell'Istria, a diverso titolo sottoposta
al controllo jugoslavo, continuo fu lo stillicidio di violenze a danno
degli italiani, non escluse le uccisioni e le sparizioni: episodi tutti
che gli italiani dell'Istria collegarono a quelli, in qualche modo esemplari,
del tempo di guerra. traendone la convinzione di una continuità di
comportamenti terroristici nei loro confronti da parte dei nuovi poteri
instauratisi sul territorio. E tale consapevolezza paurosa, all'interno della quale
si prestava a venir compreso facilmente ogni atteggiamento persecutorio
sviluppato da parte delle autorità, offri un contributo tutt'altro
che marginale alla scelta dell'esodo che nel dopoguerra avrebbe svuotato
l'Istria dalla quasi totalità della popolazione italiana. |
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| La sorte dei militari |
Nei primi giorni di maggio del 1945 le truppe
jugoslave (partigiani dei IX corpo d'armata e unità regolari
della IV armata) occuparono tutto il territorio
della Venezia Giulia, accolsero la resa dei reparti
tedeschi e della Repubblica di Salò e, secondo
una prassi correntemente messa in atto da un esercito
vittorioso nei confronti degli avversari in anni,
procedettero all'internamento di tutti i militari
catturati. Durissimo peraltro fu il trattamento
inflitto ai prigionieri, molti dei quali perirono
di stenti o furono liquidati nei campi di concentramento
- particolarmente famigerato fu quello di Borovnica
- e durante le marce di trasferimento, che si trasformarono
sovente in marce della morte.
Non tutti i militari però vennero deportati.
Specialmente nella prima decade del mese numerose.
presumibilmente alcune centinaia, furono le esecuzioni
sommarie, compiute in genere subito dopo la cattura
e decise non solo senza previo accertamento, mia talvolta anche. senza
vero interesse per la ricerca di effettive responsabilità personali
in atti criminosi; ciò che contava, infatti, nel caso dei militari,
non era tanto il riconoscimento individuale di responsabilità,
quanto la colpa collettiva, che veniva fatta automaticamente derivare
dall'appartenenza alle forze armate naziste e repubblichine. La medesima
linea di condotta venne applicata anche agli appartenenti alle forze
di polizia, per i quali la presunzione di colpevolezza discendeva direttamente
dall'inserimento nell'apparato repressivo nazifascista, tanto che i procedimenti
nei loro confronti assunsero una valenza più simbolico-politica
che giudiziaria.
Tutto ciò non implica, naturalmente, che fra gli uccisi non vi
fossero effettivamente anche professionisti della violenza, protagonisti
di rappresaglie e sevizie, spie - anche slovene e croate - e aguzzini
del famigerato Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia
Giulia, il cui sistematico ricorso alla tortura era già stato
oggetto di forti denunce, anche da parte del vescovo di Trieste, e ciò fin
dalla primavera 1943. In quest'ultimo caso si trattava di soggetti che
avrebbero probabilmente fatto la medesima fine anche se ad assumere il
controllo del territorio non fossero state le truppe jugoslave ma i partigiani
italiani: difatti, il più efferato dei responsabili dell'Ispettorato,
il vicecommissario Gaetano Collotti, fuggito per tempo da Trieste, venne
fermato a Treviso, identificato dall'avvocato triestino Pietro Slocovich
e fucilato sul posto.
In linea di massima però il criterio di fondo degli arresti, e
in parte anche delle liquidazioni, si fondava più sulla categoria
che sull'individuo, sulla responsabilità collettiva piuttosto
che su quella individuale, e a essere travolti dalla repressione furono
in maggior misura i quadri intermedi che non i vertici della Questura
di Trieste; parzialmente diversa fu la situazione a Gorizia, dove, assieme
a carabinieri e agenti di polizia, scomparve anche il questore.
Sempre nella logica dell'eliminazione delle forze armate esistenti sul
territorio, rientra anche la deportazione delle unità della
Guardia di finanza, che non avevano partecipato ad azioni antipartigiane,
e di molti membri della Guardia civica di Trieste, che certamente era
stata dipendente dai comandi tedeschi, ma non era stata impiegata in
attività repressive,
con l'eccezione di un reparto che venne adibito alla scorta di deportati
in Germania, forse lo stesso che venne utilizzato in appoggio a un rastrellamento
in un quartiere operaio della città a pochi giorni dalla fine
della guerra. Per di più, entrambe le formazioni erano state largamente
infiltrate dall'organizzazione militare dei Comitato di Liberazione nazionale
(CLN) e avevano partecipato sotto i suoi comandi all'insurrezione contro
i tedeschi. Si trattava quindi, quantomeno, di "nemici" assai particolari.
Ma se nei loro riguardi si potrebbe pensare a una sorta di diffidenza
verso gli antifascisti dell'ultima ora, tale ipotesi non regge di fronte
all'arresto anche di alcuni membri delle brigate partigiane italiane
dipendenti dal (IN di Trieste, i cui combattenti furono spesso considerati
alla stessa stregua dei militari germanici e della Repubblica sociale.
La circostanza però è meno incomprensibile di quanto non
sembri a prima vista perché, in effetti, le fonti ci rivelano
in maniera assai esplicita come i dirigenti comunisti
sloveni non intendessero in alcun modo tollerare l'esistenza di strutture
politiche e forze militari, quelle appunto facenti capo al CLN, che non
solo non erano disponibili ad accettare la guida politica e la subordinazione
pratica al Movimento di liberazione jugoslavo, ma che, per di più,
si erano impegnate a cercare, mediante l'insurrezione armata, un'autonoma
legittimazione antifascista agli occhi della popolazione e degli angloamericani.
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| Le persecuzioni degli
antifascisti italiani |
Che
all'origine della repressione vi fosse anche la preoccupazione
per l'esistenza di possibili nuclei di contropotere
o, quantomeno, di contestazione alle pretese egemoniche
dei "poteri popolari", è confermato
dal fatto che a Trieste e Gorizia le autorità jugoslave
perseguitarono gli stessi membri dei rispettivi CLN,
alcuni dei quali trovarono così la morte. Lo
stesso accadde anche a Fiume, dove arresti e uccisioni
colpirono non solo gli aderenti al Comitato di liberazione
nazionale, ma anche quel movimento autonomista fiumano
che si rifaceva alla lotta per lo Stato libero di Fiume
combattuta nel primo dopoguerra contro D'Annunzio e
il suo progetto d'annessione della città all'Italia,
e che godeva di largo seguito fra la popolazione. All'interno
dei medesimo disegno sembra collocarsi anche la scomparsa
di quegli esponenti della Resistenza italiana che nell'estate-autunno
del 1944, quando era sembrato profilarsi uno sbarco
anglo-americano nell'Adriatico settentrionale, avevano
avuto contatti con emissari dei Movimenti di liberazione
sloveno e croato. |
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| L'epurazione della società giuliana |
Dell'internamento,
come pure delle liqui- |
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dazioni,
dei militari italiani si occupò direttamente
la IV armata jugoslava, mentre la protagonista delle
retate di civili fu l'OZNA, la polizia politica e
di sicurezza, col concorso della Difesa popolare,
una milizia paramilitare agli ordini del Consiglio
di liberazione. Parteciparono agli arresti anche
forze armate jugoslave, e pure qualche piccolo reparto
della divisione "Garibaldi-Trieste".
L'OZNA agiva in base al mandato conferitole nell'autunno
del 1944 dai vertici del Partito comunista sloveno
e poteva servirsi di una vasta rete di confidenti,
italiani e sloveni, già da
mesi impegnati a stendere lunghe, anche se non
sempre precise, liste di presunti "nemici del
popolo". Come si è già detto a
proposito della crisi dell'autunno 1943, era questa
una categoria dai contorni indefiniti nella quale,
nella primavera del 1945, finì per confluire
un gran numero di soggetti.
Ovviamente, bersagli della repressione furono gli esponenti del fascismo
e del collaborazionismo locale, anche se in realtà i leader del
PFR avevano preso in genere per tempo la fuga, mentre i vertici delle amministrazioni
insediate dai tedeschi vennero arrestati e fatti sparire a Gorizia, ma
non a Trieste; rispetto ai personaggi di rilievo, con maggior accanimento
vennero ricercati i "pesci piccoli", gli ex squadristi in genere
ben conosciuti dalla popolazione. La persecuzione si abbatté largamente
sui dirigenti delle forze politiche italiane e slovene diverse dal Partito
comunista, e su di un gran numero di soggetti ritenuti per i più diversi
motivi "pericolosi" nell'ottica dei nuovi poteri. Poteva trattarsi
di persone che si erano in qualche modo rese invise al Movimento di liberazione
jugoslavo, rifiutandosi per esempio di collaborare con esso o semplicemente
esprimendo la propria disapprovazione nei confronti dei suoi obiettivi e metodi,
o che avevano compiuto in passato scelte politiche di stampo patriottico
quando non esplicitamente fascista (per le autorità jugoslave ciò non
faceva molta differenza), dalla partecipazione come volontario irredento
alla Grande guerra o a quelle di Spagna e d'Abissinia; oppure, ancora,
che si erano rifiutate di esporsi in favore del nuovo regime, per esempio
negando la loro firma alle petizioni in favore della Jugoslavia promosse
dai "poteri popolari". Allo stesso modo vennero colpiti clementi
che detenevano posizioni importanti nell'economia e nella società triestina,
o, più frequentemente, che avevano ricoperto qualche incarico in
una delle tante organizzazioni di massa del regime fascista. In ogni caso,
si trattava di individui dai quali il nuovo regime poteva attendersi un
atteggiamento d'opposizione o anche soltanto di sicuro dissenso nei confronti
dell'annessione alla Jugoslavia e della costruzione di uno stato comunista,
e ciò non sembrava in alcun modo tollerabile.
Anche i civili che sopravvissero alle uccisioni concentrate soprattutto
nelle due prime settimane di maggio, furono deportati
nei campi di prigionia, diversi rispetto a quelli in cui venivano convogliati
i militari ma non certo migliori in quanto fame e malattie decimarono i
detenuti, alcuni dei quali furono successivamente processati subendo condanne,
anche capitali, comminate dai tribunali jugoslavi fino al 1947. Non sempre
alla gravità delle accuse mosse agli arrestati (squadrismo, collaborazionismo,
persecuzione degli slavi, delazioni a carico di partigiani, ostilità manifesta
nei confronti del Movimento di liberazione jugoslavo, spionaggio a favore
dell'Italia, ecc.) corrispose un reale impegno delle autorità nella
ricerca di prove a carico dei detenuti e nemmeno, in numerosissimi casi,
un effettivo interesse a verificare la loro posizione; una circostanza,
questa, che suggerisce come l'obiettivo principale della repressione non
fosse tanto di ordine giudiziario, e cioè la punizione di colpevoli,
quanto politico, vale a dire l'eliminazione di individui e gruppi ritenuti
pericolosi. |
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| Il deragliamento della
violenza |
In
ogni caso, comunque, non tutto quello che accadde
a Trieste e Gorizia nelle settimane del maggio-giugno
1945 può essere immediatamente
ricondotto a un'assoluta linearità di
scelte politiche e di comportamenti conseguenti.
Altri elementi concorsero infatti a dilatare l'ampiezza
della repressione. In primo luogo, il clima di "resa
dei conti" nei confronti degli avversari etnici
e politici alimentato dal ricordo delle sopraffazioni
del regime e dalle esperienze ancora brucianti della
lotta partigiana. Assieme a questo, l'uso onnicomprensivo
del termine "fascista" da parte dei quadri
del Movimento di liberazione jugoslavo per qualificare
tutti gli oppositori al nuovo progetto politico che
si stava affermando con le armi: si trattava di un'equivalenza,
tra "Italia" e "fascismo", che
appariva certo dei tutto strumentale alle esigenze
del momento, ma che si era potuta facilmente radicare
anche grazie all'impegno nel saldare i due termini
sciaguratamente profuso nel corso del precedente
ventennio dal regime di Mussolini. Infine, lo spazio
di discrezionalità esistente nella compilazione
delle liste, redatte da persone che portavano nell'operazione
da cui dipendeva la vita di altri esseri umani non
solo il loro radicalismo nazionale e politico, ma
anche i loro rancori e interessi.
Tutto ciò spiega largamente
come nelle pieghe della repressione mirata
si inserirono facilmente anche altre spinte,
fra le quali è possibile individuare gli
esiti di regolamenti di conti in cui le motivazioni
politiche sfumavano in quelle personali, gli
effetti delle numerose delazioni, piaga già diffusasi
durante l'occupazione nazista e poi proseguita
senza soluzione di continuità, l'esigenza
di far scomparire possibili testimoni di precedenti
atti di violenza, come quelli avvenuti in Istria
nel 1943, i comportamenti delittuosi di gruppi
che, nel generale sommovimento, varcarono la
soglia fra violenza politica e criminalità comune,
come la cosiddetta "squadra volante",
operante a "Trieste, composta da italiani
e insediatasi a Villa Segrè, ai cui delitti
venne posto fine da parte delle stesse autorità jugoslave.
D'altra parte, la stessa autonomia operativa
di cui poteva godere, sia nella definizione dei
sospetti che nella gestione dei prigionieri,
un organo come l'OZNA, forte del ruolo affidatogli
in sede politica e per sua natura portato ad
applicare nel nodo più radicale e più spiccio
le direttive impartitegli, accrebbe ulteriormente
il numero delle liquidazioni immediate. |
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| Le contraddizioni della
repressione |
Complessivamente
si ritiene che fra Trieste e il goriziano vennero
arrestate in poche settimane circa diecimila persone;
si trattava di una cifra elevata e le dimensioni
delle retate, unite all'incertezza sulla sorte degli
arrestati, che alla luce della precedente esperienza
delle foibe istriane era intesa nel modo più tragico,
seminò il panico fra la popolazione italiana.
Ciò finì per allarmare le stesse autorità civili
jugoslave, che compresero come l'ondata di terrore
scatenata nelle città giuliane avrebbe scavato
un solco incolmabile fra i nuovi poteri e la maggioranza
della popolazione, e si attivarono perciò al
fine di contenere gli arresti e di ottenere informazioni
sulla sorte dei prigionieri. Nel far questo, peraltro,
esse non esprimevano una strategia alternativa rispetto
a quella della repressione preventiva, bensì soltanto
una preoccupazione di natura tattica, destinata a
rimanere inascoltata (salvo il buon esito di qualche
singolo intervento a favore di noti antifascisti
italiani) di fronte all'assoluta priorità che
i vertici del Partito comunista sloveno e di quello
croato conferirono in ogni circostanza alle esigenze
di controllo totale del territorio, a qualsiasi
costo, rispetto alla ricerca del consenso. Come scrisse
il leader comunista sloveno Edvard Kardelj ai dirigenti
impegnati a costruire il nuovo potere a Trieste e
Gorizia, era meglio non concedere subito troppa democrazia,
perché poi sarebbe stato difficile fare marcia
indietro. |
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Quante
vittime? |
Quanti
sono gli infoibati? Quanti i deportati, gli uccisi
in prigionia? Quanti complessivamente gli scomparsi
per mano jugoslava nell'autunno del 1943 e nella
primavera del 1945 nella Venezia Giulia? A queste
domande sono state date nel corso degli anni molte
risposte, ma spesso insoddisfacenti. Eppure, per
decenni il dibattito sulle cifre ha suscitato più interesse
di quello sulle cause, le responsabilità e
le dinamiche delle stragi, anche perché in
genere alle cifre è stato attribuito il
grave compito di spiegare il senso della persecuzione
inflitta da parte jugoslava alla fine della seconda
guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra alla
popolazione italiana della Venezia Giulia, fino
a provocarne l'esodo dall'Istria, da Fiume e dalla
Dalmazia.
Diversi studiosi hanno proposto
unità di grandezza degli eccidi
molto diverse tra di loro: da poche centinaia
a migliaia, a decine di migliaia di vittime.
Spesso tutti gli scomparsi, anche per cause
diverse e in momenti diversi, sono stati genericamente
compresi nella categoria degli "infoibati",
che in senso stretto riguarda soltanto coloro
che sono stati trucidati subito dopo l'arresto,
spesso senza nemmeno un procedimento sommario,
e scaraventati nei profondi pozzi naturali
che si aprono nel suolo carsico della Venezia
Giulia. Di volta in volta, per cercare di spiegare
l'accaduto e per attirare l'attenzione della
pubblica opinione italiana sulla drammatica
storia della Venezia Giulia, sono stati adottati
termini quali "olocausto", "genocidio", "pulizia
etnica", che evocano altre tragedie europee,
altre persecuzioni e altri stermini. Spesso
però tali confronti, l'uso troppo elastico
dei numeri delle vittime di una guerra atroce
e senza quartiere, ma anche le semplificazioni
interpretative, hanno finito col generare confusione
e si sono rivelati come un distorto e debole
tentativo di mantenere viva la memoria dell'evento.
Nel secondo dopoguerra sono stati compilati, e anche pubblicati,
diversi elenchi di persone scomparse dalla Venezia Giulia; sono lavori
d'origine diversa che si avvalgono di ricerche condotte da enti e istituzioni,
come la Croce rossa, e di segnalazioni di privati cittadini; schedari analoghi
sono stati predisposti dalle associazioni di ex combattenti e di profughi
dai territori ceduti alla Jugoslavia. Studi più recenti, condotti
dall'istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, hanno
utilizzato gli archivi degli uffici anagrafici di tutte le località del
Friuli-Venezia Giulia e quelli dei tribunali dove sono custodite le specifiche
dichiarazioni di morte e di morte presunta, ma per quanto sia possibile
ora avere un quadro abbastanza completo delle dinamiche politiche che presiedettero
alle stragi, resta ancora aperto l'interrogativo sul numero delle persone
effettivamente scomparse e quindi decedute in seguito all'arresto da parte
delle autorità jugoslave e dei suoi fiancheggiatori. Nessuna indagine
in materia è stata condotta sui registri anagrafici delle località cedute
all'ex Jugoslavia.
Per comprendere le difficoltà della quantificazione bisogna d'altronde
considerare la particolare condizione demografica della regione, che vedeva la
presenza di molti militari provenienti da altre province italiane, di civili
sfollati non solo dalla Dalmazia ma anche dalle province meridionali italiane,
di popolazione che aveva abbandonato le proprie residenze in seguito alle
operazioni militari, ai rastrellamenti, alle evacuazioni, ai bombardamenti;
tutti eventi a seguito dei quali lo stesso quadro degli abitanti, residenti,
domiciliati o solo stanziali non è ricostruibile su un corretto
piano statistico. Inoltre, è ragionevole ritenere che la scomparsa
di molti militari o civili provenienti da altre province italiane sia stata
registrata, per omissione di informazioni o per tacito interesse dei familiari,
presso le località di residenza con indicazioni approssimative o
che non sempre mettevano in luce il ruolo assunto dalle vittime durante
l'occupazione nazista della regione e nelle formazioni militari collaborazioniste.
Tutto questo è facilmente comprensibile sul piano umano, ma è ciò che
certamente complica il lavoro di chi vorrebbe ricostruire i profili sociali
delle vittime e non sempre può utilizzare come fonti attendibili
gli elenchi nominativi delle imputazioni raccolte dalle autorità jugoslave
a carico degli arrestati e deportati, perché spesso viziate,
per ammissione delle medesime autorità, da denunce e segnalazioni
non verificate. |
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