Raccontare la mia esperienza in Albania non è facile… eppure
l’ho fatto tante volte da quando sono tornata!
Ogni volta però, mentre provo a trasmettere la
mia esperienza, mi accorgo di non essere in grado di
farlo. Ho provato a supportare le mie parole con le foto
che ho scattato, ma non bastava: il mio racconto restava
sempre parziale. Allora ho proposto la lettura di alcune
mail significative che scrivevo dall’Albania ai
miei amici: forse era qualcosa di più, ma avevo
sempre l’impressione che mancasse qualcosa di molto
importante…
Ormai so che non è possibile comunicare la mia
esperienza nella sua totalità, ma mi sono convinta
anche che ogni pezzetto di questa storia è bellissimo
e che, perciò, ne vale la pena raccontarlo…
Se chiudo agli occhi pensando all’Albania, la
prima immagine che vedo è il sorriso di una bambina,
il “sorriso più felice” che io abbia
mai visto…
Era una mattina di agosto; il sole infuocava le strade
di Durazzo, quasi sempre piene di gente perché abitavamo
davanti al mercato, e faceva scintillare le splendide
macchine appena uscite da uno dei tanti autolavaggi.
Quella mattina ero emozionata: per la prima volta sarei
andata a Spitalla, la periferia di Durazzo, per andare
a giocare con i bambini che abitavano lì.
Dopo un breve viaggio sulle strade sterrate di Durazzo,
arrivammo a destinazione.
Appena scesa dal fuoristrada cominciai a guardarmi intorno:
baracche pericolanti, casette edificate con materiali
di fortuna e qualche piccolo edificio in costruzione
sopra il quale imperavano alcune bandiere del paese delle
aquile… poi più nulla. Immense distese
di terreno secco, deserto,
dal quale sbocciavano solo pez-
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zetti
di vetro e bottiglie di plastica, di ogni forma e
colore…
Afferrai timidamente il pallone che avevamo portato per giocare e m’incamminai
con gli altri, un po’ perplessa, su quelle strade che sembravano raccontarmi
storie tristi e sofferenti.
Ma all’improvviso vidi davanti a me un gruppo di bambine che gridavano
felici correndoci incontro; in meno di un attimo la bambina in testa al gruppetto
era davanti a me, con il più bel sorriso del mondo che rivelava un dentino
mancante, con gli occhi grandi, ridenti anche loro e un’espressione di
gioia indescrivibile… allargava le braccia verso di me continuando a sbalordirmi
con quel suo sorriso che mi pareva di altri mondi…
La
presi in braccio e lei mi strinse come se mi conoscesse
da una vita, stampò il
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suo
sorriso sulla mia guancia…
Un attimo dopo era già fuggita con i piedini scalzi dalle sue amichette,
tutta contenta perché aveva ottenuto un pallone. Danzavano, saltavano
ed erano felici di giocare!
Io ero ancora allibita da quell’apparizione, quando mi tornarono incontro
e prendendomi per mano, mi coinvolsero in quel turbine di gioia folle che era
per loro avere un momento per giocare.
Sento ancora dentro di me quella gioia che mi hanno donato: è come se
si fosse trasformata in una fonte di energia che mi pare inesauribile, e che
mi spinge a sorridere al mondo e a lavorare affinché tutti nel mondo possano
sorridersi, scambiandosi altra gioia ed energia.
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di
Giulia Manno
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