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NUMERO 6
14 OTTOBRE 2004
 
 
100.000 DI PERSONE AL GIORNO MUOIONO DI FAME
 
Ogni 24 ore muoiono di fame nel mondo centomila persone delle quali trentamila sono bambini con meno di cinque anni di età.
Il vecchio Marx aveva ragione: ancora non siamo usciti dalla preistoria dell’umanità. Siamo 6,1 miliardi di abitanti in questa nave spaziale chiamata terra, dei quali 4 miliardi vivono al di sotto della soglia di povertà sopravvivendo con meno di 30 dollari al mese. Di questi, 1,2 miliardi si trovano al di sotto della soglia di miseria; tra essi 841 milioni sono minacciati da denutrizione cronica.
Il giorno 11 settembre ricorreva il terzo anniversario dell’attentato alle torri gemelle di New York. Provocò una grande commozione internazionale. Ogni giorno la fame sgretola 10 torri gemelle piene di bambini. Nessuno piange né si commuove. Perché?
Nei giorni 20 e 21 di settembre in occasione dell’apertura dell’assemblea generale dell’ ONU, il presidente Lula lancerà a New York l’Hambre Cero Mundial. Sarà sostenuto da 55 capi di stato, compreso il papa Giovanni Paolo II°. Se la fame è la prima causa di morte precoce e motivo di vergogna del mondo civilizzato, perché non provoca grandi mobilitazioni? Per una ragione cinica: al contrario di guerra e terrorismo, del cancro e di altre malattie, la fame fa distinzione di classe: colpisce solo i miserabili. Più in generale, appoggiamo solo campagne che risultino di nostro beneficio; non sempre dimostriamo sensibilità quando si tratti di diritti altrui.
Lula ha capito, studiando la storia della schiavitù in Brasile, che un problema sociale trova soluzione solo se diventa problema politico. Durante più di tre secoli
 
la schiavitù fu considerata legittima e legale, ma poco prima del 1888 divenne questione politica.
Avvenne allora l’abolizione ufficiale (quindi tutti noi sappiamo che c’è ancora, nel nostro paese, chi mantiene lavoratori in regime di schiavitù).
L’Hambre Cero giova oggi a milioni di brasiliani e brasiliane, tra i quali ci sono 5 milioni di famiglie che ricevono un sussidio mensile grazie al programma Bolsa Familia. Per essere una politica sociale non assistenzialista bensì di inclusione sociale, merita l’attenzione che altri paesi le dedicano. In funzione dell’interesse suscitato viene studiata in Paraguay, Argentina, Peru, Guatemala, Italia, Spagna ed in seno all’ONU. Iniziative simili sono nate in Cile, in Argentina e in Guatemala. Cresce la consapevolezza che la fame è un flagello che va combattuto immediatamente. Ci dobbiamo impegnare affinché la povertà, come la schiavitù e la tortura, sia considerata un crimine immondo, una grave violazione dei diritti umani.
Il presidente Lula vuole evitare all’estero, come ha evitato in Brasile, che si pretenda di risolvere il problema della fame solo con la distribuzione di alimenti. Se un paese ricco invia tonnellate di cibo nelle regioni più povere del mondo, incappa in quattro errori: giustifica i suoi sussidi agricoli; distrugge le culture locali; aumenta la dipendenza dei beneficiari; favorisce la corruzione dei politici che distribuiscono le donazioni. Già bastano i fallimenti dell’Alianza para el Progreso negli anni sessanta e della Revolución Verde degli anni settanta, per non ripetere gli stessi abbagli.
La proposta è di mobilitare risorse mon-

 

 

 
Il Presidente del Brasile, Lula
 
diali, delle quali il Brasile non sarà beneficiario per non sollevare i sospetti di promuovere una causa privata. Quelle risorse, supervisionate dall’ONU, finanzieranno progetti imprenditoriali, di cooperazione e sviluppo sostenibile nelle regioni più povere.
Dunque la fame non si combatte con donazioni né con il solo trasferimento delle rendite. Bisogna completare effettive politiche di mutamenti strutturali, come le riforme agrarie e tributarie, capaci di decentrare le rendite fondiarie e finanziarie. Tutto questo difeso da un’audace politica di crediti alle famiglie beneficiarie, che deve essere lo scopo di un intenso lavoro educativo sulla falsa riga di quanto fatto da Paulo Freire, così da ritornare protagonisti socioeconomici e soggetti politici e storici.
“Avevo fame e mi hai dato da mangiare”, disse Gesù incarnato nella figura del povero. Combattere la fame è un’esigenza evangelica, un imperativo etico, un dovere di cittadinanza e di solidarietà, perché si possa tirar fuori l’umanità da questa preistoria in cui miliardi di persone non possiedono ancora il diritto animale più elementare: mangiare.

Frei Betto
   
 
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