Offuscata
dal consueto giorno festivo, dalle manifestazioni organizzate
dai sindacati e dalle solite polemiche politiche interne,
la notizia dell'ufficializzazione dell'allargamento dell'Unione
Europea ad altri dieci stati è passata sicuramente
in secondo piano, in modo quasi furtivo e sfuggente, tra
i titoli dei nostri media.
Eppure, lo spostamento verso est dell'Unione Europea, fino a ricomprendere territori
che facevano parte dell'Unione Sovietica, è stato visto da molti, ed a
ragione, come un evento epocale, uno dei quei giorni che, sicuramente, saranno
ricordati come "storici" e che, nel medio periodo sono destinati a
cambiare il comune modo di pensare e la quotidianità di tutti gli oltre
250 milioni di individui che sono definiti "cittadini" della nuova
Europa.
L'allargamento, fortemente voluto dalla Commissione, pone, però, degli
interrogativi e delle ipoteche pesanti sul futuro dell'Unione Europea e rischia,
così come oggi è strutturata, di paralizzare totalmente ogni attività,
ogni spinta, qualsiasi impulso che non si riduca al solo vantaggio del libero
movimento dei capitali e alla creazione di un unico mercato interno, ma che tenti
di realizzare quell'unità politica che oggi sembra essere diventata un
sogno.
Dal 1957, anno della firma del trattato di Roma che ha disegnato il primo nucleo
di quella che oggi è l'Unione Europea, ad oggi, ogni nuovo allargamento
dell'allora Comunità Europea ha sempre significato una diluzione del comune
sentire, tra le popolazioni e gli stati, di un'unica identità. Paradossalmente,
i maggiori fautori di un'unione che andasse al di là del mercato ed investisse
anche un sistema unico di difesa, un'unica politica estera e monetaria, insomma
tutti coloro che desideravano un'Europa forte, sono stati sempre contrari, o
per lo meno scettici, ad allargamenti ed annessioni forzate.
Chi, invece, desiderava un'Europa che non andasse molto oltre ad una salda un'unione
commerciale, come storicamente è stato il Regno Unito, ha sempre spinto
verso un allargamento continuo verso nuovi territori e nuovi mercati.
Oggi, purtroppo, assistiamo alla vittoria trionfante di questi ultimi e sembra
avviato l'inarrestabile declino del vecchio continente.
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Le contraddizioni
tenute in secondo piano per decenni stanno, con le
crisi internazionali di questi ultimi anni e con il
diritto internazionale dettato da un'unica superpotenza,
venendo alla luce e scoprendo i piedi al gigante europeo,
mettendpo a nudo l'argilla con la quale sono stati
costruiti.
Il grande, maggiore deficit dell'Unione Europea, infatti, è quello che
non è uno Stato, né una federazione e neppure una qualsisi entità legittimata
da un qualsivoglia potere democratico.
Infatti, oltre a fare folklore, il tanto osannato, pubblicizzato e votato Parlamento
Europeo ha bren pochi altri poteri.
L'organo che decide, gestisce, prende le decisioni e governa, infatti, non è neppure
la Commissione, ma il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo. E cosa ancora
più grave, è che, secondo i trattati che ne regolano il funzionamento,
nella maggior parte delle materie che competono all'Unione Europea, devono essere
votate |
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all'unanimità per
essere approvate. Ecco perché, nelle materie
più delicate è impossibile, se non a
prezzo di assurdi compromessi, trovare il consenso
necessario.
A questo punto, non si può fare altro che prendere atto delle circostanze
e rassegnarsi al fatto che l'integrazione europea, così come l'abbiamo
concepita fino ad ora, è ormai un'utopia.
L'Europa, questa Europa, non diventerà mai un'unica nazione.
La Francia e la Germania, nazioni fondatrici, hanno già iniziato a scavalcare
le istituzioni di Bruxelles accelerando il loro processo di unificazione, dando
vita ad un sistema di difesa unico, a libri di testo per le scuole molto simili
ed a altre iniziative analoghe.
Altri dodici paesi su venticinque, come sappiamo bene, hanno ormai un'unica moneta.
Ma gli altri?
Una domanda, allora, ci sembra doveroso rivolgerci. Nelle condizioni attuali,
ha un senso ancora parlare di Unione Europea? |
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